Elio Palumbieri
Specializzato in diritto alimentare è socio di SAFE Green, Studio Legale Ambientale con sede a Roma, Milano, Bari e Trento (www.safegreen.it), avvocato presso la Law Boutique Palumbieri(www.studiolegalepalumbieri.it) e presidente della Scuola di Alta Formazione Agroalimentare
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Aggiornamenti, definizioni, diritto alimentare, norme europee, Top Picks

Farm to Fork: dall’agroalimentare la spinta per la sostenibilità

La strategia Farm To Fork rende più che palese un concetto: il futuro è sostenibile. Sostenibilità ambientale, economica e sociale. I tre pilastri, già presenti a Johannesburg nel 2002, durante il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, riecheggiano oggi in quello che viene definito come il Green Deal europeo.

Sostenibilità e competitività, quindi, con l’agroalimentare come elemento centrale anche del piano di ripresa dell’economia europea.

Farm to Fork: dalla crisi una riflessione

La Commissione ha evidenziato che l’unico modo per rendere il sistema alimentare maggiormente resistente a crisi come quella che stiamo vivendo è la sostenibilità. C’è, infatti, bisogno di ripensare un sistema che oggi contribuisce in misura rilevante all’emissione di Co2 e al consumo di risorse senza, peraltro, fornire un equo ritorno economico. Ma non solo: il percorso della sostenibilità è un percorso di opportunità. Nuove tecnologie e ricerca scientifica possono fornire benefici per tutti, specie se combinati alla crescente domanda di prodotti sostenibili.

Le caratteristiche di un sistema sostenibile

La strategia Farm to Fork ha, quindi, lo scopo di garantire una transizione più veloce e diretta verso un sistema sostenibile. Ma quali sono le caratteristiche di un sistema sostenibile? Secondo la Commissione esse possono essere così riassunte

Leggi anche: cosa significa prodotto biologico

  • avere un impatto ambientale positivo o neutrale;
  • aiutare a mitigare gli effetti del cambiamento climatico o, comunque, adattarsi agli stessi;
  • invertire la tendenza alla riduzione della biodiversità;
  • assicurare la sicurezza alimentare, la nutrizione e la salute pubblica assicurandosi che tutti abbiano accesso ad una fonte di cibo sufficiente, sicura, nutriente, sostenibile;
  • preservare l’accessibilità del cibo generando però un ritorno economico più equo.

Gli obiettivi della strategia Farm to Fork

Leggi anche: Lievito madre: la ricetta nel disciplinare di produzione del Pane di Matera IGP

La strategia Farm to Fork prevede:

  • 50% dell’uso di pesticidi,
  • 50% di pesticidi altamente pericolosi,
  • 20% nell’uso di fertilizzanti;
  • 50% dell’uso di antibiotici in agricoltura e acquacoltura;
  • triplicare l’attuale conversione dell’agricoltura biologica portando al 25% del totale le terre agricole BIO dell’UE .

Un programma da attuare entro il 2030 che, peraltro, contempla un investimento di 20 miliardi l’anno a tutela della natura.

La Commissione ha contestualmente invitato il Parlamento europeo e il Consiglio ad approvare le strategie e gli impegni da esse derivanti.

Conclusioni: fare sistema

Di certo la strategia Farm to Fork evidenzia una necessità assoluta che è più di metodo che di scopo: fare sistema. Nel 2017 ne parlavamo in un convegno organizzato dalla Scuola di Alta Formazione Agroalimentare presso l’Aula Cossu, di Palazzo Ateneo dell’Università degli Studi di Bari, in Piazza Umberto I n°1. Il convegno aveva lo scopo di proporre un nuovo ruolo per i professionisti nelle filiere agroalimentari proprio in ragione della necessità di “fare sistema”.

In quell’occasione ho tenuto un intervento, insieme a Massimo Zortea, titolato “Costruire una filiera con l’approccio di mainstreaming”.

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Webinar: the future of food ecommerce – video

Ricordate il post con cui chiedevo ad avvocati e professionisti del settore agroalimentare un confronto in un periodo di difficoltà come questo? Tutto nasce dall’idea di condividere idee e soluzioni, dalla profonda convinzione che le soluzioni ai problemi che stiamo vivendo non crescano nell’orticello di nessuno ma possano essere trovate solo con il confronto. Quel post è diventato un network di professionisti che condividono questo approccio, un luogo bellissimo in cui ci confrontiamo, esaminiamo le situazioni dei singoli Paesi, condividiamo soluzioni e organizziamo webinar. Ed è, quindi, giunto il momento di presentare il primo incontro online. L’incontro si è tenuto il 20 maggio alle 7.30 pm (CEST). Ecco qualche informazione in più:

How food e-commerce and food delivery are going to change after the COVID-19 outbreak. A talk with food lawyers from Germany, Italy, The Netherlands and Portugal

Speakers:

Bärbel Hintermeier

Elio Palumbieri

Francesco Montanari

Silvia Gawronski

Moderator:

Elisabetta Pierantoni

Guarda il webinar

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DOP, IGP, STG, Tendenze, Top Picks

Lievito madre: la ricetta nel disciplinare di produzione del Pane di Matera IGP

Il lievito madre è, senza dubbio, uno dei grandi protagonisti della tavola degli italiani e, al contempo, una delle più grandi incognite produttive, soprattutto per l’homemade. Le norme, però, possono soccorrerci anche in questi casi. In particolare, nel ricercare qualche indizio mi sono imbattuto nel disciplinare del Pane di Matera IGP.

Cos’è una IGP

La I.G.P. è un “segno distintivo“. Nel settore alimentare i segni distintivi rispondono a finalità specifiche legate alla commercializzazione dei prodotti. Essi rendono identificabili i prodotti e, quindi, riconducibili ad un determinato territorio, a tradizioni culinarie ed a processi produttivi generalmente conosciuti e qualitativamente riconoscibili.

Tecnicamente, la I.G.P. (indicazione geografica protetta) individua il nome di una determinata area geografica utile a designare un prodotto agricolo o alimentare che viene prodotto in tale zona e di cui una determinata qualità, la reputazione o altre caratteristiche possano essere attribuite proprio all’origine geografica. Tale indicazione mira a valorizzare quei prodotti che devono le proprie caratteristiche all’ambito geografico di provenienza.

Leggi anche: la differenza tra D.O.P. e I.G.P.

Il disciplinare di produzione

Nel caso specifico la ricetta del lievito madre del Pane di Matera IGP è contenuto nel “disciplinare di produzione”. Il disciplinare di produzione contiene, infatti, tutte le indicazioni e prassi operative che il produttore è tenuto a seguire. Si tratta di uno degli elementi maggiormente importanti di una indicazione geografica in quanto è in questa sede che i produttori stessi individuano delle regole comuni e definendo le qualità garantite al consumatore.

Leggi anche “Tutela IGP: il caso Lardo di Colonnata”

La ricetta del lievito madre nel disciplinare di produzione del Pane di Matera IGP

Come detto, per ottenere il “Pane di Matera” occorre attenersi scrupolosamente a quanto indicato nel disciplinare di produzione. Per quanto concerne il lievito madre, in particolare, il disciplinare riporta la seguente ricetta:
1 Kg. di farina W 300;
250 gr. di polpa di frutta fresca matura tenuta prima a macerare in acqua (250 – ­300 cl.);
Preparare un impasto elastico;
Posizionarlo in un cilindro di yuta alto e stretto ed attendere che si raddoppi di volume (per un tempo compreso tra 10 e 12 ore, a 26-­30 °C );
Rimuovere l’impasto aggiungendo farina in quantità pari al peso ottenuto più il 40% di acqua;
Ripetere detti rinnovi per svariate volte fino all’ottenimento di un impasto che lieviti in 3-­4 ore.

L’utilizzo del lievito madre nel disciplinare di produzione

Il lievito madre può essere utilizzato al massimo per 3 rinnovi. Il rinnovo consiste nell’utilizzare parte dell’impasto originario, precedentemente lievitato, in aggiunta ad un altro impasto di semola ed acqua da far lievitare per la panificazione successiva. Le quantità percentuali di lievito e di semola, in relazione all’impasto, sono comprese, rispettivamente, tra 7 – ­8% e 45­ – 47%.
I tre rinnovi consentono di aumentare la massa fermentata mediante l’aggiunta di acqua e semola rimacinata di grano duro, nella percentuale del 15-­25% rispetto al quantitativo di semola rimacinata di grano duro da impastare. Al termine della lievitazione un’aliquota dell’impasto (dall’1,2 all’1,8% in funzione delle temperature dell’ambiente) viene conservata a 3-­5 °C per la produzione successiva. Nella preparazione dell’impasto è consentito l’utilizzo di lievito compresso in quantità che non superi l’1%.

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La classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze chimiche nel regolamento CLP

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La classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze chimiche trova specifica regolamentazione nel regolamento (CE) n. 1272/2008 (regolamento CLP). La norma menzionata ha alla base il sistema mondiale armonizzato di classificazione ed etichettatura delle sostanze chimiche (GHS) delle Nazioni Unite e pone l’obiettivo di determinare la pericolosità di una sostanza e, quindi, di comunicare tale pericolosità tramite un apposito sistema di classificazione e etichettatura. Il regolamento, tramite un sistema di autocertificazione, fa ricadere in capo a fabbricanti, importatori e utilizzatori a valle l’obbligo di classificare, etichettare e imballare adeguatamente le sostanze chimiche pericolose prima dell’immissione sul mercato.

La definizione di sostanza e miscela nel regolamento CLP

Il regolamento CLP fornisce la definizione di sostanza e miscela:
1) Sostanza: un elemento chimico e i suoi composti, allo stato naturale od ottenuti per mezzo di un procedimento di fabbricazione, compresi gli additivi necessari a mantenerne la stabilità e le impurezze derivanti dal procedimento utilizzato, ma esclusi i solventi che possono essere separati senza compromettere la stabilità della sostanza o modificarne la composizione;
2) miscela: una miscela o una soluzione composta di due o più sostanze.

Leggi anche: Le regole per la commercializzazione dei biocidi – il BPR

Il sistema di classificazione

La classificazione delle sostanze e miscele si attua tramite un sistema di “autoclassificazione” posto in essere dal fabbricante, dall’importatore o dall’utilizzatore a valle. Tale sistema ha lo scopo di individuare i pericoli fisici, per la salute, per l’ambiente.

L’allegato VI del regolamento CLP presenta una classificazione armonizzata per classi di pericolo. Solo le sostanze e le miscele non presenti in tale classificazione e aventi proprietà pericolose devono essere sottoposte al processo di autoclassificazione tramite valutazione di tutte le classi di pericolo.

La comunicazione del pericolo

A seguito della classificazione occorre comunicare i pericoli individuati al consumatore e agli stakeholders coinvolti. È proprio a tale scopo che risponde il modello di etichettatura delle sostanze chimiche disciplinato dal regolamento in commento.

Prima che la sostanza venga posta in commercio, dunque, occorre evidenziare il pericolo in etichetta. Tale obbligo vige nel caso in cui la medesima sia stata classificata come pericolosa o quando la stessa contenga, in determinate quantità, una sostanza classificata come pericolosa.

L’etichetta deve, quindi, riportare le seguenti indicazioni:
a) nome, indirizzo e numero di telefono del fornitore o dei fornitori;
b) la quantità nominale della sostanza o miscela contenuta nel collo messo a disposizione dal pubblico, se tale quantità non è indicata altrove nel collo;
c) gli identificatori del prodotto specificati all’articolo 18 del regolamento in commento;
d) se del caso, i pittogrammi di pericolo conformemente all’articolo 19;0
e) se del caso, le avvertenze conformemente all’articolo 20;
f) se del caso, le indicazioni di pericolo conformemente all’articolo 21;
g) se del caso, gli opportuni consigli di prudenza conformemente all’articolo 22;
h) se del caso, una sezione per informazioni supplementari conformemente all’articolo 25.

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Appuntamenti – webinar su nutriscore – Food Hub

In Europa emerge con sempre più forza la necessità di fornire al consumatore informazioni più semplici da decifrare. Una delle proposte, quella maggiormente caldeggiata, è quella del cosiddetto “Nutri-score” che, però, lascia perplessi molti operatori e governi, specie quelli dei Paesi mediterranei.

Durante il webinar organizzato da Food Hub analizzeremo il funzionamento del Nutri-score e le proposte pervenute da altri governi.

Per iscrizioni: http://www.foodhubmagazine.com/webinar-etichettatura-semplificata-nutriscore

"biocida,
farmaceutico

Le regole per la commercializzazione dei biocidi – il BPR

In questo periodo di difficoltà tra i prodotti maggiormente ricercati sicuramente spiccano i c.d. biocidi. Si tratta di prodotti utilizzati anche come disinfettante.

I biocidi trovano specifica regolamentazione in sede europea. In particolare, occorre fare riferimento al regolamento sui biocidi (BPR, regolamento (UE) 528/2012).

La norma menzionata regola l’immissione sul mercato e l’uso di tali sostanze sia nel caso di utilizzo per la tutela dell’uomo che per animali e, più in generale di tutti i materiali o degli articoli contro organismi nocivi.

Il BPR specifica che i principi attivi contenuti nei biocidi, per poter essere immessi sul mercato, necessitano di specifica autorizzazione. La valutazione dei principi attivi viene effettuata prima dall’autorità competente di ogni Stato membro e, dopo, dall’ECHA (European chemicals agency) mentre l’autorizzazione viene rilasciata dalla Commissione sulla base del parere dell’Agenzia.

I possibili scenari, in merito, possono essere due: all’attenzione dell’Autorità può essere portato un principio attivo nuovo o uno già esistente.

Leggi anche “Virus e settore agroalimentare: l’approccio di filiera nella gestione del rischio”

Principio attivo nuovo

Nel primo caso l’impresa richiedente deve presentare un fascicolo all’ECHA. Solo dopo la convalida dell’Agenzia il fascicolo può essere sottoposto all’Autorità competente. Dopo che l’ECHA ha condotto la verifica di convalida, entro un anno l’autorità di valutazione competente procede con un controllo della completezza e una valutazione.

 

Sostanze esistenti

Nel caso di sostanze esistenti occorre fare riferimento al c.d. programma di riesame. Si tratta del programma utilizzato per esaminare i principi attivi già esistenti contenuti nei biocidi. Il riferimento temporale per definire un principio attivo come “esistente” è quella del 14 maggio 2000. Il principio attivo di un biocida deve essere stato immesso sul mercato precedentemente a tale data. I principi attivi esistenti ammessi al programma di riesame sono quelli per cui è stata accolta una notifica come indicato nell’allegato II del regolamento (CE) n. 1451/2007 della Commissione (successivamente abrogato e sostituito dal regolamento (UE) n. 1062/2014).

 

L’approvazione dei biocidi

Ultimo passaggio prima dell’immissione sul mercato è l’autorizzazzione. Le imprese possono scegliere, a seconda delle proprie esigenze, di richiedere un’autorizzazione valida in un solo stato membro o in tutti gli stati dell’Unione. Nel primo caso occorrerà rivolgersi alle Autorità nazionali, nel secondo il procedimento si articola in differenti fasi di cui sono responsabili l’ECHA o l’Autorità nazionale e la Commissione.

E’ altresì riconosciuta la possibilità di richiedere l’autorizzazione “semplificata”. I requisiti necessari per poter accedere a tale procedura semplificata sono i seguenti:

  • tutti i principi attivi contenuti nel biocida figurano nell’allegato I del regolamento sui biocidi e rispettano tutte le restrizioni previste;
  • il biocida non contiene alcuna sostanza che desta preoccupazione;
  • non contiene alcun nanomateriale;
  • il biocida è sufficientemente efficace;
  • la manipolazione e l’uso previsto del biocida non richiedono attrezzature di protezione personale.
"Panama
Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari, import-export

Labelling rules in Panama – Janis Buendía

Welcome to this guest-post! This time I have the pleasure to host Janis Buendìa. She is a food lawyer in Panama and she will answer some questions about labelling rules in Panama.

Labelling rules in Panama

Janis, would you describe the panamese general labelling model?

Our general labeling model for Panama is based on the Codex Alimentarius Standards. Panama has been part of it since 1962. To date, the National Codex Committee, leads the management of the Codex Alimentarius in Panama, and the Ministry of Commerce and Industry, through the General Director of Industrial Standards and Technology, is the main contact for the Codex Alimentarius International Commission.

Panama is currently working to strengthen this section that would provide the consumer with greater benefits when choosing a product for their health and well-being. We have laws and decrees that formalize the use of the Codex standards for the Labeling of Prepackaged Foods.

 

Local producers

We discussed about how so many countries are now trying to protect local producers. Is it happening in Panama too? How?

Currently the Law 113 of November 18th, 2019, which establishes the mandatory use of signs that identify the origin of food products, enforces that any sensitive product must carry its respective sign in order for consumers to distinguish the original and imitations. It also establishes that all products of animal or vegetable nature, solid, liquid or processed that consumers acquire must be labeled in Spanish.

This regulation benefits and empowers Panamanian producers to protect the national heritage and their space within the agricultural sector.

The law applies to markets, supermarkets, grocery stores, shops and other commercial premises for the sale of food products.

The Consumer Protection Authority will be the entity responsible for ensuring the compliance with the provisions of the Law; in addition, this institution is empowered to impose sanctions and fines on businesses that do not comply with the provisions of the regulation.

In Panama are considered sensitive products: chicken meat, pork and its derived products (pork ribs, pork chops, cooked ham, picnic ham, cured ham, shoulders and chops of shoulder ham , pork preparations and pork ham), milk and other dairy products (fluid milk, powdered milk, evaporated milk, condensed milk, curd, yogurt cheeses, among others), bovine meat, edible bovine offal and bovine meat preparations. Likewise, rice, corn, beans, tomatoes, roasted coffee, cane sugar, potatoes and onions (both fresh and refrigerated).

 

Nutrition facts

In Europe governments are discussing about nutrition facts label and simplified labelling. Is it happening in Panama too?

In this aspect, last year the Congress passed the Law No. 114 of November 18th., 2019 that creates the action plan to improve health and dictates other provisions to establish the selective tax on the consumption of sugary drinks and the criteria for their use.

This Law authorizes The Panamanian Food Safety Authority (Aupsa) to enforce the label in Spanish of all import and national production of sugary drinks.

According to its article 13, it is mandatory to incorporate “nutritional labeling in Spanish”.

The Panamanian Committee for the Codex Alimentarius states that the main purpose of this normative are:

  • To provide the consumer with information on food, so that they can choose their diet with discernment.
  • To provide an effective way that indicates on the label data on the nutrient content of the food.
  • To encourage the application of nutritional principles in food preparation for the benefit of public health.
  • To offer the opportunity to include supplemental nutritional information on the label.
  • Do not describe a product, or present information about it, that is in any way false, equivocal, misleading, or meaningless in any respect.

 

Thank you Janis!

 

Source:

Leggi anche: Riqualificare le filiere agroalimentari – ebook

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Virus e settore agroalimentare: l’approccio di filiera nella gestione del rischio

Il rapporto tra virus e settore agroalimentare e, soprattutto, la reazione di questo al primo farà riflettere a lungo. Adesso, però, occorre parlare di approccio di filiera nella gestione del rischio

All’inizio erano solo gli italiani. Poi quella dei supermercati presi d’assalto è diventata una pratica diffusa in tutto il mondo, a ricordarci che “ogni mondo è paese”. Anche i servizi di consegna a domicilio sono in totale sovraccarico e questo dimostra tutta l’importanza delle filiere agroalimentari. Basti pensare che, stando a quanto riportato da GDO news sulla base di una ricerca Nielsen, la settimana tra lunedì 24 febbraio e domenica 1° marzo, ha visto una notevole crescita delle vendite della Grande Distribuzione Organizzata rispetto alla stessa settimana del 2019: +12,2%. A crescere è anche l’e-commerce che, secondo la stessa ricerca, nella stessa settimana, ha visto un aumento delle vendite del +30% rispetto alla settimana precedente.

Virus e settore agroalimentare: le problematiche

In questo contesto le problematiche legate alla gestione delle filiere non sono state poche. Alcuni di questi sono stati evidenziati dalla fooddrinkeurope, l’associazione di produttori del settore agroalimentare che ha lo scopo di semplificare l’emissione di politiche in grado di agevolare l’incontro tra le esigenze delle aziende e dei consumatori.

In una comunicazione inviata alla Commissione il 23 marzo 2020, infatti, l’associazione ha evidenziato cinque richieste ritenute essenziali.

 

1) supportare la forza lavoro del settore alimentare.

Si chiede, in particolare, di considerare che le filiere agroalimentari, pur poste in una situazione di emergenza, si trovano ad agire con una forza lavoro ridotta, ovviamente, a causa della necessità di restare a casa o di malattia. E’ necessario, in particolare, fornire permessi speciali ai lavoratori del settore, così come per quelli impegnati nel settore medico.

 

2) riconoscere l’intera filiera agroalimentare come attività essenziale

La Commissione il 16 marzo ha inserito la fornitura di cibo tra i servizi essenziali. Tale indicazione, però, è stata accolta dai paesi membri in modo differente, specie se si tiene in considerazione l’elevatissimo numero di aziende coinvolte nella filiera e la loro eterogeneità.

 

3) sbloccare i trasporti

Il terzo problema evidenziato è quello dei trasporti. La filiera agroalimentare, come noto, necessita di un sistema di trasporti immediato ed efficace. Questa crisi ha portato ad un progressivo aumento delle code, definite dalla comunicazione “collo di bottiglia”.

 

4) supportare le aziende in difficoltà

Il 95% delle imprese europee operanti nel settore food and beverage è di media o piccola dimensione. La pandemia sta mettendo a serio rischio l’esistenza delle stesse ed è, quindi, necessaria una collaborazione con gli stati membri al fine di coordinare misure d’emergenza.

 

5) facilitare gli scambi commerciali nel mondo

L’Unione Europea importa ingredienti ed esporta alimenti. Questa crisi ha causato un notevole rallentamento del commercio mondiale, specie verso la Cina e il resto d’Asia. E’, quindi essenziale, comunicare maggiormente con i partner commerciali al fine di garantire il prosieguo degli scambi commerciali.

 

L’approccio di filiera nella gestione del rischio

Ora, tutto quanto appena scritto non può che essere condivisibile. Il rapporto tra virus e settore agroalimentare, però, sta evidenziando la fortissima necessità di un totale cambiamento di paradigma nelle filiere agroalimentari.

In un momento come questo tutto cambia: le priorità, i costi, le scelte del consumatore.

Le filiere stanno, fortunatamente, rispondendo con enorme sforzo alle necessità che questa situazione impone e ai cambiamenti che ne derivano ma lo stanno facendo in una modalità “emergenziale”, patologica e, quindi, solo parziale. Ed è qui il problema.

Questo momento storico sta dimostrando, in moltissimi casi, l’assenza di un piano di emergenza, di una modalità di gestione del rischio ben definita che, si badi, non può prescindere da una gestione strategica dell’intera filiera di produzione e commercializzazione. Occorre, infatti, avere assoluta certezza della continuità, ad esempio, di approvvigionamento delle materie prime, dei costi delle medesime, delle modalità di traporto e dei tempi di commercializzazione. E questo vale sia per garantire la continuità dei rifornimenti ma anche – e soprattutto – per garantire che tutte le imprese poste sulla filiera possano sopravvivere ad una crisi simile. Senza gestione integrata della filiera agroalimentare non può esservi un piano di crisi.

Abbiamo affrontato il tema anche nell’ebook “riqualificare le filiere agroalimentari“.

Anche le istanze politiche, come quella sopra riportata, valgono a ben poco se poi non trovano, a monte, una filiera solida e in grado di ben integrare il piano di crisi.

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Orecchiette baresi: ecco le regole

Le orecchiette baresi, per noi pugliesi rappresentano una delle grandi tradizioni locali da rispettare e, più di recente, si sono tradotte anche in uno “spot”, un’attrattiva per tutti. Basti pensare che i telai e tavolieri con la pasta fresca sono stati scelti da Versace e Dolce & Gabbana come scenario per alcuni spot pubblicitari.

Orecchiette baresi: a crime of pasta

Più di recente, però, le orecchiette baresi sono finite al centro di una aspra lotta finita persino su The New York Times con un articolo titolato “Call it a crime of pasta”. Il problema è divenuto di dominio pubblico a novembre, quando tre chili di orecchiette fatte a mano sono state sequestrate dalle autorità locali in un ristorante di corso Vittorio Emanuele. Il problema? La rintracciabilità del prodotto alimentare.

Alla rintracciabilità – e alla differenza tra questa e la tracciabilità – ho dedicato un apposito post. Qui basti dire che la definizione di rintracciabilità è fornita dall’articolo 3 n. 15) del Regolamento 178/2002:

la possibilità di ricostruire e seguire il percorso di un alimento, di un mangime, di un animale destinato alla produzione alimentare o di una sostanza destinata o atta ad entrare a far parte di un alimento o di un mangime attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione.

Ora, le orecchiette baresi in questione sono risultate prive di tracciabilità e, dunque, di ogni informazione concernente la loro origine e l’origine delle materie utilizzate. Un problema non da poco se si considera l’enorme importanza che il principio in commento riveste per la sicurezza del prodotto alimentare. Garantire la rintracciabilità di un alimento, infatti, significa poter, in caso di emergenza, risalire la filiera alla ricerca del problema che ha reso il prodotto poco salubre.

Le linee guida della Regione Puglia per le orecchiette baresi

La questione non è passata inosservata neppure in Regione. Questa, infatti, ha emanato delle linee guida idonee a regolare il fenomeno. Il documento si applica agli aspetti igienico-sanitari ed ha lo scopo di valorizzare tutte le tipicità enogastronomiche del territorio. In sostanza, lo scopo è salvaguardare i prodotti e le tradizioni culinarie garantendo il rispetto delle prescrizioni normative.

Definizioni.

Il documento fornisce alcune definizioni preliminari.

– Home food: impresa alimentare che, in una cucina domestica o in locali utilizzati principalmente come abitazione privata, produce alimenti destinati alla vendita al dettaglio;

– Home restaurant: impresa alimentare che prepara e/o somministra alimenti presso la propria abitazione;

– Operatore del Settore Alimentare – home food (OSA-home food): la persona fisica o giuridica responsabile di garantire il rispetto delle disposizioni della legislazione alimentare nell’impresa alimentare di home food posta sotto il suo controllo;

Adempimenti amministrativi

Per quanto concerne gli adempimenti amministrativi, invece, si prevede l’obbligo di notificare l’inizio dell’attività tramite il SUAP all’Autorità competente sanitaria, ai fini della registrazione ai sensi dell’art. 6 del reg. (CE) n. 852/2004. Attraverso la SCIA l’OSA si assume ogni responsabilità relativa al rispetto di tutte le norme che costituiscono un prerequisito per l’utilizzo della struttura e delle attrezzature da parte dell’impresa alimentare

Adempimenti igienico-sanitari

È prevista l’applicazione di PRP operativi e/o principi del sistema HACCP.

Inoltre, nel caso in cui l’impresa effettui la preparazione di alimenti a rischio microbiologico elevato, l’operatore deve adottare specifiche misure per evitare la contaminazione crociata, la moltiplicazione batterica e lo sviluppo di tossine.

Le strutture devono, essere situate, progettate e costruite con lo scopo di evitare rischi di contaminazione.

Specifiche disposizioni vengono inoltre dettate per le conserve alimentari, pasticceria fresca e piatti pronti, per i prodotti ittici destinati ad essere consumati crudi.

Per quanto concerne la tracciabilità si prevede che:

Le registrazioni previste possono essere conservate in forma cartacea o informatica e possono essere così riassunte: – In entrata (o a monte): il mantenimento dei documenti fiscali di acquisto della merce, compresi i materiali destinati a venire in contatto con gli alimenti, ai sensi del Reg. 1935/2004. Tali documenti sono indispensabili per rintracciare i fornitori dell’OSA, nel caso in cui i prodotti forniti all’OSA siano oggetto di “allerta alimentare”. – In uscita (o a valle), solo qualora si venda ad altri OSA ( applicabile solo per l’Home food). – Elenco dei clienti (nome e ragione sociale della ditta, indirizzo, numero di telefono, sede legale, stabilimento del cliente) ( applicabile solo per l’Home food). – Tipologia, lotto di appartenenza ed eventualmente quantitativo di prodotto fornito.

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Riqualificare le filiere agroalimentari – ebook

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Riqualificare le filiere agroalimentari è il titolo dell’ebook pubblicato per Wolters Kluwer Italia. Si tratta di un lavoro che vede tra gli autori, oltre a me, l’Avv. Paolo Felice e l’Avv. Massimo Zortea.

Riqualificare le filiere agroalimentari: la sostenibilità

Leggi anche “Etichetta dei vini: cosa deve indicare”

Scopo del volume è trattare la riqualificazione delle filiere agroalimentari in chiave di economia circolare. La sostenibilità, infatti, non può che essere l’assoluta protagonista dell’evoluzione delle filiere agroalimentari e va analizzata sotto diversi punti di vista: sostenibilità ambientale, il benessere degli animali, l’agricoltura biologica, il rispetto dei lavoratori e della sicurezza sul lavoro. Significa anche combattere lo spreco alimentare sia per motivi ambientali e climatici che per ragioni etiche.

I contenuti del volume

Leggi anche:  Pubblicità ingannevole: il caso “Patasnella”

Il testo vuole fornire risposte a tre elementi fondamentali. In primo luogo, infatti, vengono inquadrate le molteplici componenti di una filiera agroalimentare, anche a livello definitorio. Una corretta definizione di filiera agroalimentare, infatti, può e deve essere capace di coglierne la complessità, superando il mero dato merceologico. In secondo luogo, il volume “Riqualificare le filiere agroalimentari” identifica alcuni temi scelti, che rappresentano altrettanti punti nevralgici per la riqualificazione delle filiere quali, ad esempio, i sistemi aggregativi di imprese. Infine, secondo l’impostazione della collana “Riqualificare”, propone l’ascolto di operatori ed esperti del settore, interpreti quotidiani della vita pratica di filiera ma anche impegnati da tempo nella riflessione strategica sulla transizione dell’agroalimentare italiano di fronte agli scenari della globalizzazione.

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