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La classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze chimiche nel regolamento CLP

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La classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze chimiche trova specifica regolamentazione nel regolamento (CE) n. 1272/2008 (regolamento CLP). La norma menzionata ha alla base il sistema mondiale armonizzato di classificazione ed etichettatura delle sostanze chimiche (GHS) delle Nazioni Unite e pone l’obiettivo di determinare la pericolosità di una sostanza e, quindi, di comunicare tale pericolosità tramite un apposito sistema di classificazione e etichettatura. Il regolamento, tramite un sistema di autocertificazione, fa ricadere in capo a fabbricanti, importatori e utilizzatori a valle l’obbligo di classificare, etichettare e imballare adeguatamente le sostanze chimiche pericolose prima dell’immissione sul mercato.

La definizione di sostanza e miscela nel regolamento CLP

Il regolamento CLP fornisce la definizione di sostanza e miscela:
1) Sostanza: un elemento chimico e i suoi composti, allo stato naturale od ottenuti per mezzo di un procedimento di fabbricazione, compresi gli additivi necessari a mantenerne la stabilità e le impurezze derivanti dal procedimento utilizzato, ma esclusi i solventi che possono essere separati senza compromettere la stabilità della sostanza o modificarne la composizione;
2) miscela: una miscela o una soluzione composta di due o più sostanze.

Leggi anche: Le regole per la commercializzazione dei biocidi – il BPR

Il sistema di classificazione

La classificazione delle sostanze e miscele si attua tramite un sistema di “autoclassificazione” posto in essere dal fabbricante, dall’importatore o dall’utilizzatore a valle. Tale sistema ha lo scopo di individuare i pericoli fisici, per la salute, per l’ambiente.

L’allegato VI del regolamento CLP presenta una classificazione armonizzata per classi di pericolo. Solo le sostanze e le miscele non presenti in tale classificazione e aventi proprietà pericolose devono essere sottoposte al processo di autoclassificazione tramite valutazione di tutte le classi di pericolo.

La comunicazione del pericolo

A seguito della classificazione occorre comunicare i pericoli individuati al consumatore e agli stakeholders coinvolti. È proprio a tale scopo che risponde il modello di etichettatura delle sostanze chimiche disciplinato dal regolamento in commento.

Prima che la sostanza venga posta in commercio, dunque, occorre evidenziare il pericolo in etichetta. Tale obbligo vige nel caso in cui la medesima sia stata classificata come pericolosa o quando la stessa contenga, in determinate quantità, una sostanza classificata come pericolosa.

L’etichetta deve, quindi, riportare le seguenti indicazioni:
a) nome, indirizzo e numero di telefono del fornitore o dei fornitori;
b) la quantità nominale della sostanza o miscela contenuta nel collo messo a disposizione dal pubblico, se tale quantità non è indicata altrove nel collo;
c) gli identificatori del prodotto specificati all’articolo 18 del regolamento in commento;
d) se del caso, i pittogrammi di pericolo conformemente all’articolo 19;0
e) se del caso, le avvertenze conformemente all’articolo 20;
f) se del caso, le indicazioni di pericolo conformemente all’articolo 21;
g) se del caso, gli opportuni consigli di prudenza conformemente all’articolo 22;
h) se del caso, una sezione per informazioni supplementari conformemente all’articolo 25.

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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari, import-export

Labelling rules in Panama – Janis Buendía

Welcome to this guest-post! This time I have the pleasure to host Janis Buendìa. She is a food lawyer in Panama and she will answer some questions about labelling rules in Panama.

Labelling rules in Panama

Janis, would you describe the panamese general labelling model?

Our general labeling model for Panama is based on the Codex Alimentarius Standards. Panama has been part of it since 1962. To date, the National Codex Committee, leads the management of the Codex Alimentarius in Panama, and the Ministry of Commerce and Industry, through the General Director of Industrial Standards and Technology, is the main contact for the Codex Alimentarius International Commission.

Panama is currently working to strengthen this section that would provide the consumer with greater benefits when choosing a product for their health and well-being. We have laws and decrees that formalize the use of the Codex standards for the Labeling of Prepackaged Foods.

 

Local producers

We discussed about how so many countries are now trying to protect local producers. Is it happening in Panama too? How?

Currently the Law 113 of November 18th, 2019, which establishes the mandatory use of signs that identify the origin of food products, enforces that any sensitive product must carry its respective sign in order for consumers to distinguish the original and imitations. It also establishes that all products of animal or vegetable nature, solid, liquid or processed that consumers acquire must be labeled in Spanish.

This regulation benefits and empowers Panamanian producers to protect the national heritage and their space within the agricultural sector.

The law applies to markets, supermarkets, grocery stores, shops and other commercial premises for the sale of food products.

The Consumer Protection Authority will be the entity responsible for ensuring the compliance with the provisions of the Law; in addition, this institution is empowered to impose sanctions and fines on businesses that do not comply with the provisions of the regulation.

In Panama are considered sensitive products: chicken meat, pork and its derived products (pork ribs, pork chops, cooked ham, picnic ham, cured ham, shoulders and chops of shoulder ham , pork preparations and pork ham), milk and other dairy products (fluid milk, powdered milk, evaporated milk, condensed milk, curd, yogurt cheeses, among others), bovine meat, edible bovine offal and bovine meat preparations. Likewise, rice, corn, beans, tomatoes, roasted coffee, cane sugar, potatoes and onions (both fresh and refrigerated).

 

Nutrition facts

In Europe governments are discussing about nutrition facts label and simplified labelling. Is it happening in Panama too?

In this aspect, last year the Congress passed the Law No. 114 of November 18th., 2019 that creates the action plan to improve health and dictates other provisions to establish the selective tax on the consumption of sugary drinks and the criteria for their use.

This Law authorizes The Panamanian Food Safety Authority (Aupsa) to enforce the label in Spanish of all import and national production of sugary drinks.

According to its article 13, it is mandatory to incorporate “nutritional labeling in Spanish”.

The Panamanian Committee for the Codex Alimentarius states that the main purpose of this normative are:

  • To provide the consumer with information on food, so that they can choose their diet with discernment.
  • To provide an effective way that indicates on the label data on the nutrient content of the food.
  • To encourage the application of nutritional principles in food preparation for the benefit of public health.
  • To offer the opportunity to include supplemental nutritional information on the label.
  • Do not describe a product, or present information about it, that is in any way false, equivocal, misleading, or meaningless in any respect.

 

Thank you Janis!

 

Source:

Leggi anche: Riqualificare le filiere agroalimentari – ebook

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Orecchiette baresi: ecco le regole

Le orecchiette baresi, per noi pugliesi rappresentano una delle grandi tradizioni locali da rispettare e, più di recente, si sono tradotte anche in uno “spot”, un’attrattiva per tutti. Basti pensare che i telai e tavolieri con la pasta fresca sono stati scelti da Versace e Dolce & Gabbana come scenario per alcuni spot pubblicitari.

Orecchiette baresi: a crime of pasta

Più di recente, però, le orecchiette baresi sono finite al centro di una aspra lotta finita persino su The New York Times con un articolo titolato “Call it a crime of pasta”. Il problema è divenuto di dominio pubblico a novembre, quando tre chili di orecchiette fatte a mano sono state sequestrate dalle autorità locali in un ristorante di corso Vittorio Emanuele. Il problema? La rintracciabilità del prodotto alimentare.

Alla rintracciabilità – e alla differenza tra questa e la tracciabilità – ho dedicato un apposito post. Qui basti dire che la definizione di rintracciabilità è fornita dall’articolo 3 n. 15) del Regolamento 178/2002:

la possibilità di ricostruire e seguire il percorso di un alimento, di un mangime, di un animale destinato alla produzione alimentare o di una sostanza destinata o atta ad entrare a far parte di un alimento o di un mangime attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione.

Ora, le orecchiette baresi in questione sono risultate prive di tracciabilità e, dunque, di ogni informazione concernente la loro origine e l’origine delle materie utilizzate. Un problema non da poco se si considera l’enorme importanza che il principio in commento riveste per la sicurezza del prodotto alimentare. Garantire la rintracciabilità di un alimento, infatti, significa poter, in caso di emergenza, risalire la filiera alla ricerca del problema che ha reso il prodotto poco salubre.

Le linee guida della Regione Puglia per le orecchiette baresi

La questione non è passata inosservata neppure in Regione. Questa, infatti, ha emanato delle linee guida idonee a regolare il fenomeno. Il documento si applica agli aspetti igienico-sanitari ed ha lo scopo di valorizzare tutte le tipicità enogastronomiche del territorio. In sostanza, lo scopo è salvaguardare i prodotti e le tradizioni culinarie garantendo il rispetto delle prescrizioni normative.

Definizioni.

Il documento fornisce alcune definizioni preliminari.

– Home food: impresa alimentare che, in una cucina domestica o in locali utilizzati principalmente come abitazione privata, produce alimenti destinati alla vendita al dettaglio;

– Home restaurant: impresa alimentare che prepara e/o somministra alimenti presso la propria abitazione;

– Operatore del Settore Alimentare – home food (OSA-home food): la persona fisica o giuridica responsabile di garantire il rispetto delle disposizioni della legislazione alimentare nell’impresa alimentare di home food posta sotto il suo controllo;

Adempimenti amministrativi

Per quanto concerne gli adempimenti amministrativi, invece, si prevede l’obbligo di notificare l’inizio dell’attività tramite il SUAP all’Autorità competente sanitaria, ai fini della registrazione ai sensi dell’art. 6 del reg. (CE) n. 852/2004. Attraverso la SCIA l’OSA si assume ogni responsabilità relativa al rispetto di tutte le norme che costituiscono un prerequisito per l’utilizzo della struttura e delle attrezzature da parte dell’impresa alimentare

Adempimenti igienico-sanitari

È prevista l’applicazione di PRP operativi e/o principi del sistema HACCP.

Inoltre, nel caso in cui l’impresa effettui la preparazione di alimenti a rischio microbiologico elevato, l’operatore deve adottare specifiche misure per evitare la contaminazione crociata, la moltiplicazione batterica e lo sviluppo di tossine.

Le strutture devono, essere situate, progettate e costruite con lo scopo di evitare rischi di contaminazione.

Specifiche disposizioni vengono inoltre dettate per le conserve alimentari, pasticceria fresca e piatti pronti, per i prodotti ittici destinati ad essere consumati crudi.

Per quanto concerne la tracciabilità si prevede che:

Le registrazioni previste possono essere conservate in forma cartacea o informatica e possono essere così riassunte: – In entrata (o a monte): il mantenimento dei documenti fiscali di acquisto della merce, compresi i materiali destinati a venire in contatto con gli alimenti, ai sensi del Reg. 1935/2004. Tali documenti sono indispensabili per rintracciare i fornitori dell’OSA, nel caso in cui i prodotti forniti all’OSA siano oggetto di “allerta alimentare”. – In uscita (o a valle), solo qualora si venda ad altri OSA ( applicabile solo per l’Home food). – Elenco dei clienti (nome e ragione sociale della ditta, indirizzo, numero di telefono, sede legale, stabilimento del cliente) ( applicabile solo per l’Home food). – Tipologia, lotto di appartenenza ed eventualmente quantitativo di prodotto fornito.

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Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione

Origine e provenienza dell’alimento sono i concetti sui quali è recentemente intervenuta la “Comunicazione della Commissione sull’applicazione delle disposizioni dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 31.1.2020.

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Infatti, l’articolo menzionato nel definire l’origine e la provenienza dell’alimento, stabilisce che quando il paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario occorre indicare anche il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario o almeno indicarlo come diverso da quello dell’alimento. Già il regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 del 28 maggio 2018 aveva chiarito e armonizzato le modalità di indicazione dell’origine degli ingredienti primari sull’etichettatura.

Con la comunicazione in commento, però, la Commissione ha inteso fornire agli operatori del settore alimentare e alle autorità nazionali ulteriori orientamenti sull’applicazione delle disposizioni concernenti l’etichettatura di origine.

In che modo dovrebbe essere identificato l’ingrediente primario?

Leggi anche “Etichetta dei vini: cosa deve indicare”

In prima istanza vale la pena precisare che per individuare l’ingrediente primario si utilizzano due criteri:

  1. un criterio quantitativo, in base al quale l’ingrediente rappresenta più del 50 % dell’alimento,
  2. e b) un criterio qualitativo, secondo il quale l’ingrediente è associato abitualmente dai consumatori alla denominazione dell’alimento.

Peraltro, l’OSA nel fornire al consumatore informazioni riguardo all’ingrediente primario deve:

  • tener conto della composizione quantitativa dell’alimento, considerando la natura, le caratteristiche, la presentazione complessiva dell’etichetta, la percezione e le aspettative dei consumatori riguardo alle informazioni fornite sull’alimento in questione.
  • valutare se l’indicazione o l’assenza dell’indicazione dell’origine di un determinato ingrediente possa

Origine e provenienza dell’alimento contenente più ingredienti primari

Un alimento, come noto, può contenere più alimenti primari. A stabilirlo è l’articolo 2, paragrafo 2, lettera q), del regolamento (UE) 1169/2011, il quale stabilisce che per «ingrediente primario» si intende un ingrediente o più ingredienti. Ne deriva, dunque, che nel caso in cui l’alimento contenga più ingredienti primari occorrerà indicare il paese d’origine o il luogo di provenienza di tutti questi ingredienti primari.

Leggi anche: Brexit: le conseguenze nel commercio degli alimenti

Ogni alimento deve contenere un ingrediente primario?

La Commissione ha risposto negativamente a questa domanda. In base della definizione di cui all’articolo 2, paragrafo 2,lettera q), del regolamento, infatti, non vi è ingrediente primario qualora:

  • nessuno degli ingredienti presenti sia contenuto in una quantità superiore al 50 % dell’alimento,
  • nessuno dei suoi ingredienti sia associato abitualmente alla denominazione di tale alimento dal consumatore e
  • nella maggior parte dei casi in cui non venga richiesta un’indicazione quantitativa.

Origine e provenienza dell’alimento avente un unico ingrediente?

La norma in commento trova applicazione anche ai prodotti a base di un unico ingrediente nel caso in cui:

  • l’ultima trasformazione sostanziale del prodotto sia avvenuta in un luogo diverso da quello di origine della materia prima;
  • l’ingrediente provenga da luoghi diversi.
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Marchi e denominazioni protette

Quella tra i marchi e le denominazioni protette è una questione che ha a lungo impegnato la dottrina. Oggetto di contesa è la validità del marchio registrato in buona fede precedentemente alla creazione di una nuova denominazione protetta.

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Marchi e denominazioni protette: la decisione della Corte di Cassazione

Sul punto è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza 23/10/2019, n.27194. Secondo la Suprema Corte:

Leggi anche:  Pubblicità ingannevole: il caso “Patasnella”

la differenza di funzioni sussistente tra marchi e indicazioni geografiche o denominazioni di origine protetta non esclude, alla stregua della normativa e della giurisprudenza Europea, l’interesse comune, rappresentato dall’uso del nome geografico nell’ambito delle produzioni agricole e alimentari, quale vantaggio competitivo che l’indicazione dell’origine è in grado di garantire al prodotto, per cui il titolare di un marchio registrato in buona fede in epoca precedente la denominazione di origine protetta ben può proseguire, nonostante la successiva registrazione di detta denominazione protetta, l’uso del marchio, ai sensi dell’art. 14, comma 2, del Regolamento n. 510 del 2006, laddove non ricorrano ragioni di nullità o decadenza del marchio stesso”.

Il caso “Altopiano di Asiago”

Leggi anche: cosa significa prodotto biologico

Nel caso di specie, “pur evocando la dicitura “Altopiano di Asiago” la denominazione di origine protetta ‘Asiago’, della quale recepisce l’unico elemento che la compone, l’utilizzo del marchio registrato in epoca precedente alla suddetta denominazione, recante la medesima indicazione di provenienza geografica, deve ritenersi, pertanto, consentito, in forza della previsione di cui all’art. 14 del Regolamento n. 510 del 2006 che tiene conto del preuso, qualora, considerata la natura stessa del marchio, il riferimento esclusivo alla reale provenienza geografica del prodotto e la mancanza di imitazioni, anche mediante contraffazione o camuffamento, di un termine adoperato nella D.O.P., il giudice di merito accerti che tale marchio sia stato, altresì, registrato in buona fede; in tale valutazione il giudice di merito dovrà, altresì, tenere conto del fatto che l’indicazione della zona di produzione dell’alimento immesso sul mercato è consentita, ed in alcuni casi perfino imposta, al produttore garantito dalla preventiva registrazione del marchio, ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. a) e art. 3, comma 1, n. 8 della Direttiva 2000/13/CE.

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Balsamico? Sì per aceto di Modena, no per i condimenti da supermercato

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“Balsamico” è un termine ormai inflazionato nei nostri supermercati. E’, infatti, possibile ritrovarlo sia sul rinomato aceto modenese che su altri prodotti da supermercato come, ad esempio, la “glassa”. Ebbene, la Corte di Appello di Bologna si è pronunciata sulla questione sancendo la tutela del termine ‘balsamico’ contro le evocazioni.

Le evocazioni

Le norme europee proteggono le indicazioni geografiche (Geographical Indications, GIs) tramite un divieto di imitazione e usurpazione. Come noto, infatti, i marchi D.O.P. e I.G.P. conferiscono ai relativi prodotti una particolare tutela avverso qualsiasi usurpazione, imitazione o evocazione, anche se l’origine vera del prodotto è indicata o se la denominazione protetta è una traduzione o è accompagnata da espressioni quali «genere», «tipo», «metodo», «alla maniera», «imitazione» o simili.

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Aceto Balsamico, i procedimenti

A seguito di procedimenti amministrativi gestiti dall’Ispettorato controllo qualità e repressione delle frodi (Icqrf) e conclusi con l’emissione di “provvedimenti inibitori e sanzionatori nei confronti delle aziende coinvolte”, infatti, prima il Tribunale e, dopo, la Corte di Appello di Bologna hanno confermato che l’uso del termine “balsamico” per condimenti alimentari, costituisce evocazione della denominazione tutelata.

L’importanza della decisione

L’importanza della decisione, dunque, va evidenziata soprattutto alla luce dell’elevato numero di cause pendenti sul medesimo tema sia nei Tribunali italiani che presso la Corte di Giustizia UE che nei prossimi mesi deciderà sul tema. Ad aprile 2018, infatti, la causa che ha visto il coinvolgimento del Consorzio di Tutela e della società tedesca Balema è giunta all’ultimo grado di giudizio in Germania dopo la sentenza di primo grado del tribunale di Mannheim e il giudizio della corte d’Appello di Karlsruhe. La Suprema Corte Federale tedesca, dopo aver accolto il ricorso del Consorzio, ha rinviato la procedura alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per un parere pregiudiziale.

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Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti? Non è reato

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La commercializzazione di prodotti biologici scaduti merita particolare attenzione. Si tratta, infatti, di stabilire se il solo superamento della data di scadenza sia sufficiente a determinare la non salubrità del prodotto.B

Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti – la fattispecie

Nel concreto, dunque, il Tribunale di Bari, con con sentenza del 6 luglio 2017, aveva dichiarato la penale responsabilità di R.L.A.M. in ordine al reato di cui alla L. 30 aprile 1962, n. 283, art. 5, comma 1, lett. b), per aver posto in vendita, oltre la data di scadenza, quattro confezioni di latte in cattivo stato conservazione.

Le norme

L’articolo 5 della norma menzionata stabilisce il divieto di vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo, sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione.

Nel dettaglio, il cattivo stato di conservazione riguarda quelle situazioni in cui le sostanze stesse, pur potendo essere ancora perfettamente genuine e sane, si presentano mal conservate, e cioè preparate o confezionate o messe in vendita senza l’osservanza di quelle prescrizioni – di leggi, di regolamenti, di atti amministrativi generali – che sono dettate a garanzia della loro buona conservazione sotto il profilo igienico-sanitario e che mirano a prevenire i pericoli della loro precoce degradazione o contaminazione o alterazione.

La decisione sui prodotti biologici scaduti

La Corte di Cassazione ha, quindi, evidenziato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale la commercializzazione di prodotti alimentari confezionati, per i quali sia prescritta l’indicazione “da consumarsi preferibilmente entro il…”, o quella “da consumarsi entro il…”, non integra, ove la data sia superata, alcuna ipotesi di reato, ma solo l’illecito amministrativo di cui al D.Lgs. n. 109 del 1992, art. 10, comma 7, e art. 18. Per poter, infatti, ritenere la condotta integrante la fattispecie delittuosa menzionata è necessario che sia accertato in concreto lo stato di cattiva conservazione delle sostanze alimentari.

Leggi anche: Alimenti biologici extra-UE

Ora, nel caso di specie, le analisi di laboratorio non hanno consentito di riscontrare alcuna anomalia circa la qualità del prodotto che, dunque, non può ritenersi in cattivo stato di conservazione con la conseguenza che la condotta configurerà un illecito amministrativo e non un reato.

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Lattosio: norme per l’etichettatura

Tra le diciture comunemente definite come “free from” assume particolare rilievo quella relativa al lattosio.

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Cosa sono le Free From?

Si tratta di indicazioni volontarie che, in linea generale, non vengono specificamente definite e disciplinate dal legislatore, se non per quanto concerne i criteri di lealtà e trasparenza dell’informazione.

Alimenti senza lattosio

Per quanto concerne, nello specifico, gli alimenti senza lattosio, vale la pena evidenziare che, fatta eccezione per gli alimenti per lattanti (per i quali la Direttiva 2006/141/CE autorizza la dichiarazione “assenza di lattosio” solo nel caso in cui il prodotto contenga lattosio per quantità non superiori ai 10 mg/100 kcal), non viene fornita una precisa indicazione normativa dei livelli da tenere in considerazione nel riportare l’informazione in etichetta.

Leggi anche: Quando è possibile indicare “gluten-free” in etichetta?

Sul punto, basti osservare che il Regolamento (UE) nº 609/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo agli alimenti destinati ai lattanti e ai bambini, agli alimenti per fini medici speciali e sostituti dell’intera razione alimentare per il controllo del peso, specifica, al considerando 42, che “le norme in materia di etichettatura e di composizione che indicano l’assenza o la presenza ridotta di lattosio nei prodotti alimentari non sono attualmente armonizzate a livello di Unione. Tali indicazioni sono tuttavia importanti per le persone intolleranti al lattosio”.

L’EFSA

Immagine raffigurante un bicchiere di latte - lattosio

Una motivazione circa tale vuoto normativo è rinvenibile nel contenuto del parere scientifico dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare del 10 settembre 2010 sulle soglie relative al lattosio nell’intolleranza al lattosio e nella galattosemia”.

Gli esperti dell’EFSA, in tale contesto, hanno premesso che la maggioranza dei soggetti a cui è stata diagnosticata un’intolleranza al lattosio digeriscono fino a 12 g di lattosio in una singola dose senza manifestare alcun sintomo o, comunque, manifestando sintomi ridotti. Coloro che hanno una difficoltà di digestione del lattosio possono tollerarne da 20 a 24 g se tale quantità è distribuita tra i pasti e nell’arco della giornata.

L’Autorità ha altresì riportato una generale scarsità di soggetti intolleranti al lattosio tra i bambini e giovani adulti di origine nord europea.

Stante tale estrema eterogeneità delle caratteristiche dell’intolleranza al lattosio, l’EFSA ha concluso ponendo in evidenza l’impossibilità di stabilire una soglia univocamente e generalmente tollerabile di lattosio.

Leggi anche:  Pubblicità ingannevole: il caso “Patasnella”

L’intervento del Ministero della Salute nel 2015

Nel 2015, inoltre, Il Ministero della Salute ha chiarito, con apposite circolari, le condizioni per l’utilizzo in etichetta delle diciture “senza lattosio” e “a ridotto contenuto di lattosio” relative a “latti e prodotti lattiero-caseari”. Alla luce di tali indicazioni, l’indicazione “senza lattosio” può essere riportata in etichetta per latti e prodotti lattiero-caseari con un residuo di lattosio inferiore a 0,1 g per 100 g o ml.

L’intervento del Ministero della Salute nel 2015

Alla circolare ministeriale menzionata si deve aggiungere una ulteriore precisazione del Ministero della Salute giunta nel 2016 .

Leggi anche “Prosecco, panettone e pandoro: come riconoscere quelli italiani”

Partendo, infatti, dal presupposto che la lunga stagionatura dei formaggi sia idonea a ridurre il tenore di lattosio ivi presente, il Ministero ha chiarito che:

Nei prodotti lattiero-caseari in cui l’usuale processo di produzione porta all’eliminazione o alla riduzione del contenuto di lattosio possono essere riportate in etichetta le seguenti indicazioni (alle stesse condizioni definite per i prodotti delattosati):

1.         “naturalmente privo di lattosio”(o espressione equivalente) quando il tenore residuo di Lattosio, da riportare in etichetta, è inferiore a 0,1 g/100 g;

2.         “naturalmente a ridotto contenuto di lattosio (o espressione equivalente) quando il tenore residuo di lattosio, da riportare in etichetta, é “inferiore a 0,5 g/100/g”.

Per entrambe le categorie di prodotti va riportato in etichetta:

–           che l’assenza di lattosio o la sua ridotta presenza sono una conseguenza “naturale” del tipico processo di fabbricazione con il quale si ottiene il formaggio in questione;

–           una indicazione del tipo “contiene galattosio“.

Nel solo caso dei prodotti “naturalmente privi di lattosio”, se si ritiene di poter quantificare e garantire una soglia residua massima di galattosio, può essere utilizzata in alternativa alla precedente una dizione del tipo “contiene galattosio in quantità inferiore a …” nell’ottica di fornire informazioni precise anche per un eventuale uso da parte dei galattosemici.

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Prosecco, panettone e pandoro: come riconoscere quelli italiani.

A Natale prosecco, panettone e pandoro sono must non solo per noi italiani ma anche per chi, all’estero, intende consumare un pasto delle festività di qualità.

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I consumi

Nel nostro Paese, in particolare, i consumi legati alle festività cresceranno del +2,5% rispetto al 2017 (previsioni Codacons), a quota 10,2 miliardi di euro. Tra le spese in crescita troviamo proprio la spesa alimentare e in particolare per prodotti tipici e da ricorrenza. L’Unione Nazionale Consumatori stima che la crescita per la spesa alimentare toccherà il 19,8% e riguarderà sia l’aumento di spesa che si registra per i pranzi e cene delle feste, sia i regali a base di cibo.

Leggi anche “Etichetta dei vini: cosa deve indicare”

Tale trend si riflette anche sui regali. Stando alla ricerca Coldiretti/IXE, il 24% degli italiani ha scelto di regalare per le festività di fine anno vini, spumanti o prodotti alimentari tipici.

Tra gli alimenti più consumati spiccano, sicuramente, prosecco, panettone e pandoro.

Prosecco, panettone e pandoro: come riconoscere quelli italiani.

Il prosecco

Il prosecco italiano certamente non può mancare sulle nostre tavole. A guidare la scelta, oltre allo spirito patriottico non può che figurare l’indiscutibile qualità di tale prodotto.

Ecco, allora, alcuni consigli per riconoscere un prosecco italiano.

  1. Leggere il retro dell’etichetta. Dev’essere riportato sia il produttore che il distributore (nel caso in cui divergano). È semplice, da lì, cercare informazioni (anche online);
  2. sul retro dell’etichetta (in alcuni casi anche sul fronte) è possibile trovare l’indicazione “Product of Italy” o “Prodotto in Italia”;
  3. sul collarino troviamo il contrassegno di stato e, in alcuni casi, il Data Matrix (un codice scannerizzabile tramite smartphone).

Prosecco, c’è il falso “made in Italy”

Usare queste precauzioni è molto importante. Basti considerare che, negli scorsi giorni, l’Ispettorato centrale repressione frodi (Icqrf) del Ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo, ha bloccato la commercializzazione di migliaia di bottiglie di vino bulgaro etichettato come “Prosecco-Franciacorta”.

Nessuna novità se si considera che, in totale, durante la campagna di controlli per la vendemmia 2018, sono state effettuate 871 ispezioni che hanno consentito di individuare 178 irregolarità e di denunciare 14 titoalri di aziende sanzionandone ulteriori 162.

I Carabinieri dei NAS, inoltre, nel medesimo contesto operativo, hanno rintracciato circa 5 milioni di litri di vino irregolare e denunciato 14 titolari di aziende bloccando in totale 4.500 bottiglie di vino confezionate.

Tra le irregolarità più frequenti figurano la detenzione di vino privo di tracciabilità e la mancanza delle registrazioni inerenti le movimentazioni dei prodotti vitivinicoli.

Il prosecco, però, non è l’unico alimento immancabile sulle nostre tavole. Non c’è natale senza panettone e pandoro che, peraltro, stanno diventando sempre meno stagionali.

Il panettone

L’impasto del panettone deve contenere, per legge, i seguenti ingredienti: farina di frumento; zucchero; uova di gallina di categoria ”A” o tuorlo d’uovo, o entrambi, in quantità tali da garantire non meno del 4% in tuorlo; materia grassa butirrica, in quantità non inferiore al 16%; uvetta e scorze di agrumi canditi, in quantità non inferiore al 20%; lievito naturale costituito da pasta acida; sale.

Il produttore può aggiungere anche i seguenti ingredienti: latte e derivati; miele; malto; burro di cacao; zuccheri; lievito fino al limite dell’1%; aromi naturali e naturali identici; emulsionanti; acido sorbico; sorbato di potassio.

Leggi anche “Comunicazione di prodotti alimentari: quanto costa ignorare le norme”

Il pandoro

L’impasto del pandoro deve contenere i seguenti ingredienti: farina di frumento; zucchero; uova di gallina di categoria “A” o tuorlo d’uovo, o entrambi, in quantità tali da garantire non meno del 4% in tuorlo; materia grassa butirrica, in quantità non inferiore al 20%; lievito naturale costituito da pasta acida; aromi di vaniglia o vanillina; sale.

Anche in questi casi in etichetta è possibile rinvenire indicazioni circa l’origine e lo stabilimento di produzione.

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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare

Comunicazione di prodotti alimentari: quanto costa ignorare le norme

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Immaginate una riunione di un’agenzia di comunicazione di prodotti alimentari. La brillante idea: un servizio di 8 pagine in cui Belen passeggia e acquista biberon e latte in polvere per il suo bambino con tanto di informazioni su tali prodotti.

La multa

Vi racconto com’è andata a finire: l’AGCM,  in una sentenza del 2014, ha condannato l’editore , l’azienda produttrice di biberon e quella del latte. L’ammontare della multa? 190 mila euro.

Leggi anche:  Pubblicità ingannevole: il caso “Patasnella”

L’articolo

L’articolo del 24 aprile 2013 era titolato “Belen con il suo Santiago” e mostrava la showgirl, all’epoca neo-mamma,  durante l’acquisto di latte per l’infanzia e di un biberon. Le didascalie delle foto descrivevano dettagliatamente i due prodotti, i prezzi e le caratteristiche

Comunicazione non trasparente

Comunicazione dei prodotti alimentari: il caso Chi

Si tratta di una pubblicità non trasparente. Nell’intervista, infatti, la showgirl dice di allattare il suo bambino al seno e di integrare in parte con il biberon ma nulla giustifica la presenza di fotografie così grandi e particolareggiate contenenti tutte le informazioni sul tipo di latte e di biberon acquitati.

Parliamo, quindi, di pubblicità non trasparente in quanto l’effetto pubblicitario, reso evidente dalla presenza delle informazioni appena menzionate, è conseguenza diretta rispetto al contenuto e, quindi, è l’unico scopo perseguito dall’articolo.

Leggi anche: Influencer e instagram, la pubblicità è lecita?

Comunicazione dei prodotti alimentari = creatività + rispetto delle norme

Il caso aiuta a comprendere un elemento generalmente valido: la comunicazione dei prodotti alimentari richiede un necessario studio preventivo delle norme – sempre più dettagliate – sul tema. Insomma pubblicità = creatività + rispetto delle norme. Sempre che non vogliate esporvi al rischio di una multa piuttosto salata.

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