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Farm to Fork: dall’agroalimentare la spinta per la sostenibilità

La strategia Farm To Fork rende più che palese un concetto: il futuro è sostenibile. Sostenibilità ambientale, economica e sociale. I tre pilastri, già presenti a Johannesburg nel 2002, durante il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, riecheggiano oggi in quello che viene definito come il Green Deal europeo.

Sostenibilità e competitività, quindi, con l’agroalimentare come elemento centrale anche del piano di ripresa dell’economia europea.

Farm to Fork: dalla crisi una riflessione

La Commissione ha evidenziato che l’unico modo per rendere il sistema alimentare maggiormente resistente a crisi come quella che stiamo vivendo è la sostenibilità. C’è, infatti, bisogno di ripensare un sistema che oggi contribuisce in misura rilevante all’emissione di Co2 e al consumo di risorse senza, peraltro, fornire un equo ritorno economico. Ma non solo: il percorso della sostenibilità è un percorso di opportunità. Nuove tecnologie e ricerca scientifica possono fornire benefici per tutti, specie se combinati alla crescente domanda di prodotti sostenibili.

Le caratteristiche di un sistema sostenibile

La strategia Farm to Fork ha, quindi, lo scopo di garantire una transizione più veloce e diretta verso un sistema sostenibile. Ma quali sono le caratteristiche di un sistema sostenibile? Secondo la Commissione esse possono essere così riassunte

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  • avere un impatto ambientale positivo o neutrale;
  • aiutare a mitigare gli effetti del cambiamento climatico o, comunque, adattarsi agli stessi;
  • invertire la tendenza alla riduzione della biodiversità;
  • assicurare la sicurezza alimentare, la nutrizione e la salute pubblica assicurandosi che tutti abbiano accesso ad una fonte di cibo sufficiente, sicura, nutriente, sostenibile;
  • preservare l’accessibilità del cibo generando però un ritorno economico più equo.

Gli obiettivi della strategia Farm to Fork

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La strategia Farm to Fork prevede:

  • 50% dell’uso di pesticidi,
  • 50% di pesticidi altamente pericolosi,
  • 20% nell’uso di fertilizzanti;
  • 50% dell’uso di antibiotici in agricoltura e acquacoltura;
  • triplicare l’attuale conversione dell’agricoltura biologica portando al 25% del totale le terre agricole BIO dell’UE .

Un programma da attuare entro il 2030 che, peraltro, contempla un investimento di 20 miliardi l’anno a tutela della natura.

La Commissione ha contestualmente invitato il Parlamento europeo e il Consiglio ad approvare le strategie e gli impegni da esse derivanti.

Conclusioni: fare sistema

Di certo la strategia Farm to Fork evidenzia una necessità assoluta che è più di metodo che di scopo: fare sistema. Nel 2017 ne parlavamo in un convegno organizzato dalla Scuola di Alta Formazione Agroalimentare presso l’Aula Cossu, di Palazzo Ateneo dell’Università degli Studi di Bari, in Piazza Umberto I n°1. Il convegno aveva lo scopo di proporre un nuovo ruolo per i professionisti nelle filiere agroalimentari proprio in ragione della necessità di “fare sistema”.

In quell’occasione ho tenuto un intervento, insieme a Massimo Zortea, titolato “Costruire una filiera con l’approccio di mainstreaming”.

"Panama
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Labelling rules in Panama – Janis Buendía

Welcome to this guest-post! This time I have the pleasure to host Janis Buendìa. She is a food lawyer in Panama and she will answer some questions about labelling rules in Panama.

Labelling rules in Panama

Janis, would you describe the panamese general labelling model?

Our general labeling model for Panama is based on the Codex Alimentarius Standards. Panama has been part of it since 1962. To date, the National Codex Committee, leads the management of the Codex Alimentarius in Panama, and the Ministry of Commerce and Industry, through the General Director of Industrial Standards and Technology, is the main contact for the Codex Alimentarius International Commission.

Panama is currently working to strengthen this section that would provide the consumer with greater benefits when choosing a product for their health and well-being. We have laws and decrees that formalize the use of the Codex standards for the Labeling of Prepackaged Foods.

 

Local producers

We discussed about how so many countries are now trying to protect local producers. Is it happening in Panama too? How?

Currently the Law 113 of November 18th, 2019, which establishes the mandatory use of signs that identify the origin of food products, enforces that any sensitive product must carry its respective sign in order for consumers to distinguish the original and imitations. It also establishes that all products of animal or vegetable nature, solid, liquid or processed that consumers acquire must be labeled in Spanish.

This regulation benefits and empowers Panamanian producers to protect the national heritage and their space within the agricultural sector.

The law applies to markets, supermarkets, grocery stores, shops and other commercial premises for the sale of food products.

The Consumer Protection Authority will be the entity responsible for ensuring the compliance with the provisions of the Law; in addition, this institution is empowered to impose sanctions and fines on businesses that do not comply with the provisions of the regulation.

In Panama are considered sensitive products: chicken meat, pork and its derived products (pork ribs, pork chops, cooked ham, picnic ham, cured ham, shoulders and chops of shoulder ham , pork preparations and pork ham), milk and other dairy products (fluid milk, powdered milk, evaporated milk, condensed milk, curd, yogurt cheeses, among others), bovine meat, edible bovine offal and bovine meat preparations. Likewise, rice, corn, beans, tomatoes, roasted coffee, cane sugar, potatoes and onions (both fresh and refrigerated).

 

Nutrition facts

In Europe governments are discussing about nutrition facts label and simplified labelling. Is it happening in Panama too?

In this aspect, last year the Congress passed the Law No. 114 of November 18th., 2019 that creates the action plan to improve health and dictates other provisions to establish the selective tax on the consumption of sugary drinks and the criteria for their use.

This Law authorizes The Panamanian Food Safety Authority (Aupsa) to enforce the label in Spanish of all import and national production of sugary drinks.

According to its article 13, it is mandatory to incorporate “nutritional labeling in Spanish”.

The Panamanian Committee for the Codex Alimentarius states that the main purpose of this normative are:

  • To provide the consumer with information on food, so that they can choose their diet with discernment.
  • To provide an effective way that indicates on the label data on the nutrient content of the food.
  • To encourage the application of nutritional principles in food preparation for the benefit of public health.
  • To offer the opportunity to include supplemental nutritional information on the label.
  • Do not describe a product, or present information about it, that is in any way false, equivocal, misleading, or meaningless in any respect.

 

Thank you Janis!

 

Source:

Leggi anche: Riqualificare le filiere agroalimentari – ebook

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Orecchiette baresi: ecco le regole

Le orecchiette baresi, per noi pugliesi rappresentano una delle grandi tradizioni locali da rispettare e, più di recente, si sono tradotte anche in uno “spot”, un’attrattiva per tutti. Basti pensare che i telai e tavolieri con la pasta fresca sono stati scelti da Versace e Dolce & Gabbana come scenario per alcuni spot pubblicitari.

Orecchiette baresi: a crime of pasta

Più di recente, però, le orecchiette baresi sono finite al centro di una aspra lotta finita persino su The New York Times con un articolo titolato “Call it a crime of pasta”. Il problema è divenuto di dominio pubblico a novembre, quando tre chili di orecchiette fatte a mano sono state sequestrate dalle autorità locali in un ristorante di corso Vittorio Emanuele. Il problema? La rintracciabilità del prodotto alimentare.

Alla rintracciabilità – e alla differenza tra questa e la tracciabilità – ho dedicato un apposito post. Qui basti dire che la definizione di rintracciabilità è fornita dall’articolo 3 n. 15) del Regolamento 178/2002:

la possibilità di ricostruire e seguire il percorso di un alimento, di un mangime, di un animale destinato alla produzione alimentare o di una sostanza destinata o atta ad entrare a far parte di un alimento o di un mangime attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione.

Ora, le orecchiette baresi in questione sono risultate prive di tracciabilità e, dunque, di ogni informazione concernente la loro origine e l’origine delle materie utilizzate. Un problema non da poco se si considera l’enorme importanza che il principio in commento riveste per la sicurezza del prodotto alimentare. Garantire la rintracciabilità di un alimento, infatti, significa poter, in caso di emergenza, risalire la filiera alla ricerca del problema che ha reso il prodotto poco salubre.

Le linee guida della Regione Puglia per le orecchiette baresi

La questione non è passata inosservata neppure in Regione. Questa, infatti, ha emanato delle linee guida idonee a regolare il fenomeno. Il documento si applica agli aspetti igienico-sanitari ed ha lo scopo di valorizzare tutte le tipicità enogastronomiche del territorio. In sostanza, lo scopo è salvaguardare i prodotti e le tradizioni culinarie garantendo il rispetto delle prescrizioni normative.

Definizioni.

Il documento fornisce alcune definizioni preliminari.

– Home food: impresa alimentare che, in una cucina domestica o in locali utilizzati principalmente come abitazione privata, produce alimenti destinati alla vendita al dettaglio;

– Home restaurant: impresa alimentare che prepara e/o somministra alimenti presso la propria abitazione;

– Operatore del Settore Alimentare – home food (OSA-home food): la persona fisica o giuridica responsabile di garantire il rispetto delle disposizioni della legislazione alimentare nell’impresa alimentare di home food posta sotto il suo controllo;

Adempimenti amministrativi

Per quanto concerne gli adempimenti amministrativi, invece, si prevede l’obbligo di notificare l’inizio dell’attività tramite il SUAP all’Autorità competente sanitaria, ai fini della registrazione ai sensi dell’art. 6 del reg. (CE) n. 852/2004. Attraverso la SCIA l’OSA si assume ogni responsabilità relativa al rispetto di tutte le norme che costituiscono un prerequisito per l’utilizzo della struttura e delle attrezzature da parte dell’impresa alimentare

Adempimenti igienico-sanitari

È prevista l’applicazione di PRP operativi e/o principi del sistema HACCP.

Inoltre, nel caso in cui l’impresa effettui la preparazione di alimenti a rischio microbiologico elevato, l’operatore deve adottare specifiche misure per evitare la contaminazione crociata, la moltiplicazione batterica e lo sviluppo di tossine.

Le strutture devono, essere situate, progettate e costruite con lo scopo di evitare rischi di contaminazione.

Specifiche disposizioni vengono inoltre dettate per le conserve alimentari, pasticceria fresca e piatti pronti, per i prodotti ittici destinati ad essere consumati crudi.

Per quanto concerne la tracciabilità si prevede che:

Le registrazioni previste possono essere conservate in forma cartacea o informatica e possono essere così riassunte: – In entrata (o a monte): il mantenimento dei documenti fiscali di acquisto della merce, compresi i materiali destinati a venire in contatto con gli alimenti, ai sensi del Reg. 1935/2004. Tali documenti sono indispensabili per rintracciare i fornitori dell’OSA, nel caso in cui i prodotti forniti all’OSA siano oggetto di “allerta alimentare”. – In uscita (o a valle), solo qualora si venda ad altri OSA ( applicabile solo per l’Home food). – Elenco dei clienti (nome e ragione sociale della ditta, indirizzo, numero di telefono, sede legale, stabilimento del cliente) ( applicabile solo per l’Home food). – Tipologia, lotto di appartenenza ed eventualmente quantitativo di prodotto fornito.

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Riqualificare le filiere agroalimentari – ebook

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Riqualificare le filiere agroalimentari è il titolo dell’ebook pubblicato per Wolters Kluwer Italia. Si tratta di un lavoro che vede tra gli autori, oltre a me, l’Avv. Paolo Felice e l’Avv. Massimo Zortea.

Riqualificare le filiere agroalimentari: la sostenibilità

Leggi anche “Etichetta dei vini: cosa deve indicare”

Scopo del volume è trattare la riqualificazione delle filiere agroalimentari in chiave di economia circolare. La sostenibilità, infatti, non può che essere l’assoluta protagonista dell’evoluzione delle filiere agroalimentari e va analizzata sotto diversi punti di vista: sostenibilità ambientale, il benessere degli animali, l’agricoltura biologica, il rispetto dei lavoratori e della sicurezza sul lavoro. Significa anche combattere lo spreco alimentare sia per motivi ambientali e climatici che per ragioni etiche.

I contenuti del volume

Leggi anche:  Pubblicità ingannevole: il caso “Patasnella”

Il testo vuole fornire risposte a tre elementi fondamentali. In primo luogo, infatti, vengono inquadrate le molteplici componenti di una filiera agroalimentare, anche a livello definitorio. Una corretta definizione di filiera agroalimentare, infatti, può e deve essere capace di coglierne la complessità, superando il mero dato merceologico. In secondo luogo, il volume “Riqualificare le filiere agroalimentari” identifica alcuni temi scelti, che rappresentano altrettanti punti nevralgici per la riqualificazione delle filiere quali, ad esempio, i sistemi aggregativi di imprese. Infine, secondo l’impostazione della collana “Riqualificare”, propone l’ascolto di operatori ed esperti del settore, interpreti quotidiani della vita pratica di filiera ma anche impegnati da tempo nella riflessione strategica sulla transizione dell’agroalimentare italiano di fronte agli scenari della globalizzazione.

Scarica il volume

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Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione

Origine e provenienza dell’alimento sono i concetti sui quali è recentemente intervenuta la “Comunicazione della Commissione sull’applicazione delle disposizioni dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 31.1.2020.

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Infatti, l’articolo menzionato nel definire l’origine e la provenienza dell’alimento, stabilisce che quando il paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario occorre indicare anche il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario o almeno indicarlo come diverso da quello dell’alimento. Già il regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 del 28 maggio 2018 aveva chiarito e armonizzato le modalità di indicazione dell’origine degli ingredienti primari sull’etichettatura.

Con la comunicazione in commento, però, la Commissione ha inteso fornire agli operatori del settore alimentare e alle autorità nazionali ulteriori orientamenti sull’applicazione delle disposizioni concernenti l’etichettatura di origine.

In che modo dovrebbe essere identificato l’ingrediente primario?

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In prima istanza vale la pena precisare che per individuare l’ingrediente primario si utilizzano due criteri:

  1. un criterio quantitativo, in base al quale l’ingrediente rappresenta più del 50 % dell’alimento,
  2. e b) un criterio qualitativo, secondo il quale l’ingrediente è associato abitualmente dai consumatori alla denominazione dell’alimento.

Peraltro, l’OSA nel fornire al consumatore informazioni riguardo all’ingrediente primario deve:

  • tener conto della composizione quantitativa dell’alimento, considerando la natura, le caratteristiche, la presentazione complessiva dell’etichetta, la percezione e le aspettative dei consumatori riguardo alle informazioni fornite sull’alimento in questione.
  • valutare se l’indicazione o l’assenza dell’indicazione dell’origine di un determinato ingrediente possa

Origine e provenienza dell’alimento contenente più ingredienti primari

Un alimento, come noto, può contenere più alimenti primari. A stabilirlo è l’articolo 2, paragrafo 2, lettera q), del regolamento (UE) 1169/2011, il quale stabilisce che per «ingrediente primario» si intende un ingrediente o più ingredienti. Ne deriva, dunque, che nel caso in cui l’alimento contenga più ingredienti primari occorrerà indicare il paese d’origine o il luogo di provenienza di tutti questi ingredienti primari.

Leggi anche: Brexit: le conseguenze nel commercio degli alimenti

Ogni alimento deve contenere un ingrediente primario?

La Commissione ha risposto negativamente a questa domanda. In base della definizione di cui all’articolo 2, paragrafo 2,lettera q), del regolamento, infatti, non vi è ingrediente primario qualora:

  • nessuno degli ingredienti presenti sia contenuto in una quantità superiore al 50 % dell’alimento,
  • nessuno dei suoi ingredienti sia associato abitualmente alla denominazione di tale alimento dal consumatore e
  • nella maggior parte dei casi in cui non venga richiesta un’indicazione quantitativa.

Origine e provenienza dell’alimento avente un unico ingrediente?

La norma in commento trova applicazione anche ai prodotti a base di un unico ingrediente nel caso in cui:

  • l’ultima trasformazione sostanziale del prodotto sia avvenuta in un luogo diverso da quello di origine della materia prima;
  • l’ingrediente provenga da luoghi diversi.
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Rintracciabilità e tracciabilità degli alimenti: controlli e esigenza dei consumatori

I principi della rintracciabilità e della tracciabilità degli alimenti rispondono allo scopo di tutelare il consumatore tramite un sistema in grado di garantire, ove necessario, ritiri immediati dei prodotti non sicuri risalendo nel minor tempo possibile alla causa del pericolo per la salute.

La rilevanza dei temi trattati è più che evidente. Oltre ad essere uno dei principi fondamentali del diritto agroalimentare, infatti, la tracciabilità del prodotto alimentare è al centro anche delle esigenze dei consumatori. Basti pensare, sul punto, alle continue e reiterate richieste relative alla definizione più chiara dell’origine del prodotto. E’ chiaro che, come vedremo, la rintracciabilità e la tracciabilità del prodotto oggi non concorrono particolarmente alla fornitura di informazioni al consumatore in quanto operano con maggiore incisività sui controlli. Nonostante ciò, però, l’utilizzo della tecnologia blockchain ben potrebbe rispondere ad entrambe le esigenze menzionate. Sulla blockchain troverai podcast e video alla fine di questo post.

Andiamo, però, per gradi partendo dalle definizioni.

Rintracciabilità: il Regolamento 178/2002

La definizione di rintracciabilità è fornita dall’articolo 3 n. 15) del Regolamento 178/2002:

la possibilità di ricostruire e seguire il percorso di un alimento, di un mangime, di un animale destinato alla produzione alimentare o di una sostanza destinata o atta ad entrare a far parte di un alimento o di un mangime attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione.

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Dalla definizione fornita, dunque, emerge con tutta evidenza un elemento cardine: il principio in parola pone alle sue basi la storia del prodotto. L’operatore del settore alimentare, infatti, è tenuto a individuare e fornire precise informazioni, ad esempio, circa l’operatore che ha fornito l’alimento, la materia prima o la sostanza utilizzata. Peraltro, il medesimo processo deve essere svolto non solo nel caso dei prodotti in entrata, ma anche per i prodotti in uscita, delineando, così, la storia completa del prodotto poi commercializzato.

Rintracciabilità e tracciabilità

uomo che prende appunti vicino ad una vigna

Si noti che il Regolamento menzionato parla di rintracciabilità mentre il concetto di tracciabilità viene introdotto con il successivo Regolamento (CE) n. 1830/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 settembre 2003, concernente la tracciabilità e l’etichettatura di organismi geneticamente modificati e la tracciabilità di alimenti e mangimi ottenuti da organismi geneticamente modificati, nonché recante modifica della Direttiva 2001/18/CE.

La questione merita, allora, un approfondimento: infatti, con il termine rintracciabilità si indica quel processo volto e ripercorrere la catena di produzione di un prodotto, dall’alimento finito sino alla materia prima al fine di ricercare un preciso evento o un’azione.

leggi anche “Farm to Fork: dall’agroalimentare la spinta alla sostenibilità”

Per tracciabilità, invece, si intende quella serie di azioni volte a tenere traccia di tutti gli elementi che intervengono lungo la filiera e che creano, modificano o trasformano un prodotto.

Le differenze tra tracciabilità e rintracciabilità

Si tratta, come evidente, di due azioni distinte, volte, da un lato, a tenere traccia di tutti i passaggi che portano alla commercializzazione di un prodotto e, dall’altro, a poter risalire lungo l’intera filiera.

I due processi, allora, nel realizzare un processo che, tramite comunicazione e archiviazione di dati, consente la loro consultazione, non fanno che riportare la storia del prodotto con riferimento ai materiali e agli operatori che concorrono alla sua formazione, commercializzazione e fornitura. 

La blockchain: tra esigenze di controllo e risposta ai consumatori

Vale la pena affrontare, proprio con riferimento alla rintracciabilità, la questione relativa alle possibili applicazioni della tecnologia blockchain al settore food.

La tecnologia in oggetto, nata nel mondo delle criptomonete, viene utilizzata per archiviare e condividere informazioni. Le criptomonete agiscono in assenza di banche centrali e, per questo, necessitano di una rete decentralizzata in grado di gestire i flussi di dati. Questi consentono la registrazione di tutte le transazioni e, conseguentemente, la possibile consultazione delle stesse da parte di tutti gli utenti.

Locandina evento ELSA Bari su sicurezza, tracciabilità e nuove tecnologie nel diritto agroalimentare

Si tratta di un tema a cui tengo moltissimo perché credo fortemente in questa evoluzione del settore agroalimentare. Ne abbiamo parlato più volte con la Scuola di Alta Formazione Agroalimentare e una volta con ELSA Bari e con FoodHub. Peraltro i ragazzi di ELSA hanno creato un podcast con il mio intervento. Lo trovate qui al minuto 60 circa. Puoi, invece, leggere il post per foodhub qui.

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L’applicabilità per la rintraccibilità

Di recente è stata più volte paventata e, in alcuni casi, testata l’applicabilità di tale tecnologia al settore alimentare proprio nel settore della rintracciabilità. Il passaggio di materie prime, ingredienti, lavorati e semilavorati di cui si è appena parlato, infatti, avviene tra diverse aziende che, in caso di necessità devono essere, appunto, rintracciate. Oggi tale procedimento avviene tramite un’opera a ritroso di azienda in azienda. Si procede, infatti dal momento dell’acquisto o della somministrazione al consumatore per arrivare fino all’azienda produttrice della materia prima. Un processo lungo e dispendioso che mette in serio pericolo l’effettiva efficacia dei sistemi di controllo e di allarme nel caso di rischio per la salute. Per converso, la blockchain, tramite un sistema di archiviazione e comunicazione decentralizzato, sarebbe in grado di riportare, in ogni momento, tutte le informazioni necessarie sull’alimento analizzato.

Dal punto di vista pratico, dunque, la tecnologia potrebbe prevenire le frodi fornendo in tempi brevissimi tutte le informazioni relative alla rintracciabilità del prodotto alimentare. Contemporaneamente la stessa può garantire la pressoché totale inviolabilità grazie proprio alla decentralizzazione del processo di archiviazione. La catena Walmart ha condotto due test provando l’efficacia del sistema con e senza la blockchain. Senza la tecnologia sono stati necessari sei giorni per risalire al produttore di un determinato ingrediente ritenuto pericoloso per la salute umana. Con la blockchain appena due secondi.

Ho trattato questo tema anche in un’intervista per gli amici di e-makers. Ecco il video:

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Marchi e denominazioni protette

Quella tra i marchi e le denominazioni protette è una questione che ha a lungo impegnato la dottrina. Oggetto di contesa è la validità del marchio registrato in buona fede precedentemente alla creazione di una nuova denominazione protetta.

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Marchi e denominazioni protette: la decisione della Corte di Cassazione

Sul punto è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza 23/10/2019, n.27194. Secondo la Suprema Corte:

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la differenza di funzioni sussistente tra marchi e indicazioni geografiche o denominazioni di origine protetta non esclude, alla stregua della normativa e della giurisprudenza Europea, l’interesse comune, rappresentato dall’uso del nome geografico nell’ambito delle produzioni agricole e alimentari, quale vantaggio competitivo che l’indicazione dell’origine è in grado di garantire al prodotto, per cui il titolare di un marchio registrato in buona fede in epoca precedente la denominazione di origine protetta ben può proseguire, nonostante la successiva registrazione di detta denominazione protetta, l’uso del marchio, ai sensi dell’art. 14, comma 2, del Regolamento n. 510 del 2006, laddove non ricorrano ragioni di nullità o decadenza del marchio stesso”.

Il caso “Altopiano di Asiago”

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Nel caso di specie, “pur evocando la dicitura “Altopiano di Asiago” la denominazione di origine protetta ‘Asiago’, della quale recepisce l’unico elemento che la compone, l’utilizzo del marchio registrato in epoca precedente alla suddetta denominazione, recante la medesima indicazione di provenienza geografica, deve ritenersi, pertanto, consentito, in forza della previsione di cui all’art. 14 del Regolamento n. 510 del 2006 che tiene conto del preuso, qualora, considerata la natura stessa del marchio, il riferimento esclusivo alla reale provenienza geografica del prodotto e la mancanza di imitazioni, anche mediante contraffazione o camuffamento, di un termine adoperato nella D.O.P., il giudice di merito accerti che tale marchio sia stato, altresì, registrato in buona fede; in tale valutazione il giudice di merito dovrà, altresì, tenere conto del fatto che l’indicazione della zona di produzione dell’alimento immesso sul mercato è consentita, ed in alcuni casi perfino imposta, al produttore garantito dalla preventiva registrazione del marchio, ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. a) e art. 3, comma 1, n. 8 della Direttiva 2000/13/CE.

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Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti? Non è reato

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La commercializzazione di prodotti biologici scaduti merita particolare attenzione. Si tratta, infatti, di stabilire se il solo superamento della data di scadenza sia sufficiente a determinare la non salubrità del prodotto.B

Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti – la fattispecie

Nel concreto, dunque, il Tribunale di Bari, con con sentenza del 6 luglio 2017, aveva dichiarato la penale responsabilità di R.L.A.M. in ordine al reato di cui alla L. 30 aprile 1962, n. 283, art. 5, comma 1, lett. b), per aver posto in vendita, oltre la data di scadenza, quattro confezioni di latte in cattivo stato conservazione.

Le norme

L’articolo 5 della norma menzionata stabilisce il divieto di vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo, sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione.

Nel dettaglio, il cattivo stato di conservazione riguarda quelle situazioni in cui le sostanze stesse, pur potendo essere ancora perfettamente genuine e sane, si presentano mal conservate, e cioè preparate o confezionate o messe in vendita senza l’osservanza di quelle prescrizioni – di leggi, di regolamenti, di atti amministrativi generali – che sono dettate a garanzia della loro buona conservazione sotto il profilo igienico-sanitario e che mirano a prevenire i pericoli della loro precoce degradazione o contaminazione o alterazione.

La decisione sui prodotti biologici scaduti

La Corte di Cassazione ha, quindi, evidenziato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale la commercializzazione di prodotti alimentari confezionati, per i quali sia prescritta l’indicazione “da consumarsi preferibilmente entro il…”, o quella “da consumarsi entro il…”, non integra, ove la data sia superata, alcuna ipotesi di reato, ma solo l’illecito amministrativo di cui al D.Lgs. n. 109 del 1992, art. 10, comma 7, e art. 18. Per poter, infatti, ritenere la condotta integrante la fattispecie delittuosa menzionata è necessario che sia accertato in concreto lo stato di cattiva conservazione delle sostanze alimentari.

Leggi anche: Alimenti biologici extra-UE

Ora, nel caso di specie, le analisi di laboratorio non hanno consentito di riscontrare alcuna anomalia circa la qualità del prodotto che, dunque, non può ritenersi in cattivo stato di conservazione con la conseguenza che la condotta configurerà un illecito amministrativo e non un reato.

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Diritto agro-alimentare: cos’è e come è nato

Il diritto agro-alimentare è frutto di un lungo processo evolutivo. Per poterlo comprendere, dunque, è essenziale analizzarne le origini.

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Le origini del diritto agro-alimentare

In particolare, a tal fine, è opportuno far riferimento a due distinte circostanze che hanno inciso nel processo evolutivo della materia. La prima di queste risponde alla peculiare necessità di tutelare la parte debole del rapporto negoziale nel settore agro-alimentare: il consumatore.

Leggi anche: Quando è possibile indicare “gluten-free” in etichetta?

Il ruolo del consumatore di prodotti alimentari nel diritto agro-alimentare

diritto agro-alimentare
consumatore di prodotti alimentari

In tal senso si consideri, peraltro, che questa particolare attenzione rivolta al consumatore ha dovuto rapportarsi, nel corso del tempo, anche con il cambiamento delle preferenze e delle scelte del medesimo. Basti pensare, infatti, al continuo aumentare della sensibilità del consumatore a temi come la salute, la sostenibilità e il biologico e a come questi hanno influenzato il mercato degli alimenti e la correlata produzione normativa.

Il ruolo delle imprese del settore agro-alimentare

La seconda circostanza da tenere in considerazione nel tracciare le motivazioni dell’evoluzione del diritto agro-alimentare è quella strettamente correlata alle esigenze delle imprese del settore. Si tratta, in sostanza, del secondo stakeholder della filiera agroalimentare i cui interessi, però, ineriscono alla produzione e alla commercializzazione dei prodotti alimentari.

Il ravvicinamento dei sistemi normativi

Ad animare la costruzione di un diritto agro-alimentare, però, è stata la necessità di ravvicinamento dei sistemi normativi nazionali. È, infatti, proprio in tale contesto che le corti europee hanno affermato alcuni dei principi maggiormente importanti per la creazione del mercato unico. Un esempio su tutti è rappresentato dalla nota sentenza Dassonville, con la quale la Corte ha sancito il divieto, gravante sugli Stati membri, di imporre dazi doganali e misure di effetto equivalente negli scambi commerciali.

Dal punto di vista strettamente normativo, invece, vale la pena evidenziare che il Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea (TCEE), entrato in vigore insieme al Trattato istitutivo della Comunità Europea dell’Energia Atomica (EURATOM o CEEA), faceva rientrare la politica agricola tra le azioni congiunte dei paesi europei delineandone gli aspetti fondamentali agli artt. da 38 a 47.

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Il diritto agro-alimentare è stato protagonista di un rapido processo di crescita e cambiamento che, con il tempo, ne ha modificato le caratteristiche e aumentato la rilevanza.

La definizione di alimento

Basti pensare, sotto questo punto di vista, all’evoluzione della definizione giuridica di alimento.

diritto agro-alimentare
definizione di alimento

Nel nostro Paese, una prima definizione di alimento è stata fornita con l’art. 2 del Decreto Ministeriale 21.03.1973 in tema di imballaggi per gli alimenti. Ai sensi della disposizione citata, rientrano nella definizione di alimento tutte le sostanze commestibili, solide o liquide, di origine animale, vegetale o minerale, che possono essere ingerite dall’uomo allo stato naturale, o lavorate, o trasformate, o miscelate, compresi i preparati da masticare come il “chewing gum” ed analoghi.

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A chiarire la definizione in commento è intervenuto il Regolamento (CE) 178/2002.

L’articolo 2 della disposizione menzionata può essere suddiviso in due parti: la prima fornisce una definizione generica, mentre la seconda regola casi specifici.

La prima parte così recita:

Ai fini del presente Regolamento si intende per «alimento» (o «prodotto alimentare», o «derrata alimentare») qualsiasi sostanza o prodotto trasformato, parzialmente trasformato o non trasformato, destinato ad essere ingerito, o di cui si prevede ragionevolmente che possa essere ingerito, da esseri umani.

La seconda parte dell’articolo 2 regola invece casi specifici, utilizzando elementi definitori positivi prima e elementi definitori negativi dopo.

La definizione di impresa alimentare

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Una prima definizione di impresa alimentare è rinvenibile, nel diritto interno, nella Legge n. 283 del 30 aprile 1962, recante la disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande. Questa, in particolare, all’articolo 2, nel definire il proprio ambito di applicazione, lo limitava a stabilimenti, laboratori di produzione, preparazione e confezionamento, nonché di depositi all’ingrosso di sostanze alimentari.

La definizione in oggetto è stata ampiamente rivista e disciplinata dall’articolo 3 del Regolamento (CE) 178/2002, il quale, sancisce che per “impresa alimentare” deve intendersi: ogni soggetto pubblico o privato, con o senza fini di lucro, che svolge una qualsiasi delle attività connesse ad una delle fasi di produzione, trasformazione e distribuzione degli alimenti.

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Comunicazione prodotti alimentari, diritto alimentare, etichettatura prodotti alimentari

Lattosio: norme per l’etichettatura

Tra le diciture comunemente definite come “free from” assume particolare rilievo quella relativa al lattosio.

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Cosa sono le Free From?

Si tratta di indicazioni volontarie che, in linea generale, non vengono specificamente definite e disciplinate dal legislatore, se non per quanto concerne i criteri di lealtà e trasparenza dell’informazione.

Alimenti senza lattosio

Per quanto concerne, nello specifico, gli alimenti senza lattosio, vale la pena evidenziare che, fatta eccezione per gli alimenti per lattanti (per i quali la Direttiva 2006/141/CE autorizza la dichiarazione “assenza di lattosio” solo nel caso in cui il prodotto contenga lattosio per quantità non superiori ai 10 mg/100 kcal), non viene fornita una precisa indicazione normativa dei livelli da tenere in considerazione nel riportare l’informazione in etichetta.

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Sul punto, basti osservare che il Regolamento (UE) nº 609/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo agli alimenti destinati ai lattanti e ai bambini, agli alimenti per fini medici speciali e sostituti dell’intera razione alimentare per il controllo del peso, specifica, al considerando 42, che “le norme in materia di etichettatura e di composizione che indicano l’assenza o la presenza ridotta di lattosio nei prodotti alimentari non sono attualmente armonizzate a livello di Unione. Tali indicazioni sono tuttavia importanti per le persone intolleranti al lattosio”.

L’EFSA

Immagine raffigurante un bicchiere di latte - lattosio

Una motivazione circa tale vuoto normativo è rinvenibile nel contenuto del parere scientifico dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare del 10 settembre 2010 sulle soglie relative al lattosio nell’intolleranza al lattosio e nella galattosemia”.

Gli esperti dell’EFSA, in tale contesto, hanno premesso che la maggioranza dei soggetti a cui è stata diagnosticata un’intolleranza al lattosio digeriscono fino a 12 g di lattosio in una singola dose senza manifestare alcun sintomo o, comunque, manifestando sintomi ridotti. Coloro che hanno una difficoltà di digestione del lattosio possono tollerarne da 20 a 24 g se tale quantità è distribuita tra i pasti e nell’arco della giornata.

L’Autorità ha altresì riportato una generale scarsità di soggetti intolleranti al lattosio tra i bambini e giovani adulti di origine nord europea.

Stante tale estrema eterogeneità delle caratteristiche dell’intolleranza al lattosio, l’EFSA ha concluso ponendo in evidenza l’impossibilità di stabilire una soglia univocamente e generalmente tollerabile di lattosio.

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L’intervento del Ministero della Salute nel 2015

Nel 2015, inoltre, Il Ministero della Salute ha chiarito, con apposite circolari, le condizioni per l’utilizzo in etichetta delle diciture “senza lattosio” e “a ridotto contenuto di lattosio” relative a “latti e prodotti lattiero-caseari”. Alla luce di tali indicazioni, l’indicazione “senza lattosio” può essere riportata in etichetta per latti e prodotti lattiero-caseari con un residuo di lattosio inferiore a 0,1 g per 100 g o ml.

L’intervento del Ministero della Salute nel 2015

Alla circolare ministeriale menzionata si deve aggiungere una ulteriore precisazione del Ministero della Salute giunta nel 2016 .

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Partendo, infatti, dal presupposto che la lunga stagionatura dei formaggi sia idonea a ridurre il tenore di lattosio ivi presente, il Ministero ha chiarito che:

Nei prodotti lattiero-caseari in cui l’usuale processo di produzione porta all’eliminazione o alla riduzione del contenuto di lattosio possono essere riportate in etichetta le seguenti indicazioni (alle stesse condizioni definite per i prodotti delattosati):

1.         “naturalmente privo di lattosio”(o espressione equivalente) quando il tenore residuo di Lattosio, da riportare in etichetta, è inferiore a 0,1 g/100 g;

2.         “naturalmente a ridotto contenuto di lattosio (o espressione equivalente) quando il tenore residuo di lattosio, da riportare in etichetta, é “inferiore a 0,5 g/100/g”.

Per entrambe le categorie di prodotti va riportato in etichetta:

–           che l’assenza di lattosio o la sua ridotta presenza sono una conseguenza “naturale” del tipico processo di fabbricazione con il quale si ottiene il formaggio in questione;

–           una indicazione del tipo “contiene galattosio“.

Nel solo caso dei prodotti “naturalmente privi di lattosio”, se si ritiene di poter quantificare e garantire una soglia residua massima di galattosio, può essere utilizzata in alternativa alla precedente una dizione del tipo “contiene galattosio in quantità inferiore a …” nell’ottica di fornire informazioni precise anche per un eventuale uso da parte dei galattosemici.

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