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Labelling rules in Panama – Janis Buendía

Welcome to this guest-post! This time I have the pleasure to host Janis Buendìa. She is a food lawyer in Panama and she will answer some questions about labelling rules in Panama.

Labelling rules in Panama

Janis, would you describe the panamese general labelling model?

Our general labeling model for Panama is based on the Codex Alimentarius Standards. Panama has been part of it since 1962. To date, the National Codex Committee, leads the management of the Codex Alimentarius in Panama, and the Ministry of Commerce and Industry, through the General Director of Industrial Standards and Technology, is the main contact for the Codex Alimentarius International Commission.

Panama is currently working to strengthen this section that would provide the consumer with greater benefits when choosing a product for their health and well-being. We have laws and decrees that formalize the use of the Codex standards for the Labeling of Prepackaged Foods.

 

Local producers

We discussed about how so many countries are now trying to protect local producers. Is it happening in Panama too? How?

Currently the Law 113 of November 18th, 2019, which establishes the mandatory use of signs that identify the origin of food products, enforces that any sensitive product must carry its respective sign in order for consumers to distinguish the original and imitations. It also establishes that all products of animal or vegetable nature, solid, liquid or processed that consumers acquire must be labeled in Spanish.

This regulation benefits and empowers Panamanian producers to protect the national heritage and their space within the agricultural sector.

The law applies to markets, supermarkets, grocery stores, shops and other commercial premises for the sale of food products.

The Consumer Protection Authority will be the entity responsible for ensuring the compliance with the provisions of the Law; in addition, this institution is empowered to impose sanctions and fines on businesses that do not comply with the provisions of the regulation.

In Panama are considered sensitive products: chicken meat, pork and its derived products (pork ribs, pork chops, cooked ham, picnic ham, cured ham, shoulders and chops of shoulder ham , pork preparations and pork ham), milk and other dairy products (fluid milk, powdered milk, evaporated milk, condensed milk, curd, yogurt cheeses, among others), bovine meat, edible bovine offal and bovine meat preparations. Likewise, rice, corn, beans, tomatoes, roasted coffee, cane sugar, potatoes and onions (both fresh and refrigerated).

 

Nutrition facts

In Europe governments are discussing about nutrition facts label and simplified labelling. Is it happening in Panama too?

In this aspect, last year the Congress passed the Law No. 114 of November 18th., 2019 that creates the action plan to improve health and dictates other provisions to establish the selective tax on the consumption of sugary drinks and the criteria for their use.

This Law authorizes The Panamanian Food Safety Authority (Aupsa) to enforce the label in Spanish of all import and national production of sugary drinks.

According to its article 13, it is mandatory to incorporate “nutritional labeling in Spanish”.

The Panamanian Committee for the Codex Alimentarius states that the main purpose of this normative are:

  • To provide the consumer with information on food, so that they can choose their diet with discernment.
  • To provide an effective way that indicates on the label data on the nutrient content of the food.
  • To encourage the application of nutritional principles in food preparation for the benefit of public health.
  • To offer the opportunity to include supplemental nutritional information on the label.
  • Do not describe a product, or present information about it, that is in any way false, equivocal, misleading, or meaningless in any respect.

 

Thank you Janis!

 

Source:

Leggi anche: Riqualificare le filiere agroalimentari – ebook

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Orecchiette baresi: ecco le regole

Le orecchiette baresi, per noi pugliesi rappresentano una delle grandi tradizioni locali da rispettare e, più di recente, si sono tradotte anche in uno “spot”, un’attrattiva per tutti. Basti pensare che i telai e tavolieri con la pasta fresca sono stati scelti da Versace e Dolce & Gabbana come scenario per alcuni spot pubblicitari.

Orecchiette baresi: a crime of pasta

Più di recente, però, le orecchiette baresi sono finite al centro di una aspra lotta finita persino su The New York Times con un articolo titolato “Call it a crime of pasta”. Il problema è divenuto di dominio pubblico a novembre, quando tre chili di orecchiette fatte a mano sono state sequestrate dalle autorità locali in un ristorante di corso Vittorio Emanuele. Il problema? La rintracciabilità del prodotto alimentare.

Alla rintracciabilità – e alla differenza tra questa e la tracciabilità – ho dedicato un apposito post. Qui basti dire che la definizione di rintracciabilità è fornita dall’articolo 3 n. 15) del Regolamento 178/2002:

la possibilità di ricostruire e seguire il percorso di un alimento, di un mangime, di un animale destinato alla produzione alimentare o di una sostanza destinata o atta ad entrare a far parte di un alimento o di un mangime attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione.

Ora, le orecchiette baresi in questione sono risultate prive di tracciabilità e, dunque, di ogni informazione concernente la loro origine e l’origine delle materie utilizzate. Un problema non da poco se si considera l’enorme importanza che il principio in commento riveste per la sicurezza del prodotto alimentare. Garantire la rintracciabilità di un alimento, infatti, significa poter, in caso di emergenza, risalire la filiera alla ricerca del problema che ha reso il prodotto poco salubre.

Le linee guida della Regione Puglia per le orecchiette baresi

La questione non è passata inosservata neppure in Regione. Questa, infatti, ha emanato delle linee guida idonee a regolare il fenomeno. Il documento si applica agli aspetti igienico-sanitari ed ha lo scopo di valorizzare tutte le tipicità enogastronomiche del territorio. In sostanza, lo scopo è salvaguardare i prodotti e le tradizioni culinarie garantendo il rispetto delle prescrizioni normative.

Definizioni.

Il documento fornisce alcune definizioni preliminari.

– Home food: impresa alimentare che, in una cucina domestica o in locali utilizzati principalmente come abitazione privata, produce alimenti destinati alla vendita al dettaglio;

– Home restaurant: impresa alimentare che prepara e/o somministra alimenti presso la propria abitazione;

– Operatore del Settore Alimentare – home food (OSA-home food): la persona fisica o giuridica responsabile di garantire il rispetto delle disposizioni della legislazione alimentare nell’impresa alimentare di home food posta sotto il suo controllo;

Adempimenti amministrativi

Per quanto concerne gli adempimenti amministrativi, invece, si prevede l’obbligo di notificare l’inizio dell’attività tramite il SUAP all’Autorità competente sanitaria, ai fini della registrazione ai sensi dell’art. 6 del reg. (CE) n. 852/2004. Attraverso la SCIA l’OSA si assume ogni responsabilità relativa al rispetto di tutte le norme che costituiscono un prerequisito per l’utilizzo della struttura e delle attrezzature da parte dell’impresa alimentare

Adempimenti igienico-sanitari

È prevista l’applicazione di PRP operativi e/o principi del sistema HACCP.

Inoltre, nel caso in cui l’impresa effettui la preparazione di alimenti a rischio microbiologico elevato, l’operatore deve adottare specifiche misure per evitare la contaminazione crociata, la moltiplicazione batterica e lo sviluppo di tossine.

Le strutture devono, essere situate, progettate e costruite con lo scopo di evitare rischi di contaminazione.

Specifiche disposizioni vengono inoltre dettate per le conserve alimentari, pasticceria fresca e piatti pronti, per i prodotti ittici destinati ad essere consumati crudi.

Per quanto concerne la tracciabilità si prevede che:

Le registrazioni previste possono essere conservate in forma cartacea o informatica e possono essere così riassunte: – In entrata (o a monte): il mantenimento dei documenti fiscali di acquisto della merce, compresi i materiali destinati a venire in contatto con gli alimenti, ai sensi del Reg. 1935/2004. Tali documenti sono indispensabili per rintracciare i fornitori dell’OSA, nel caso in cui i prodotti forniti all’OSA siano oggetto di “allerta alimentare”. – In uscita (o a valle), solo qualora si venda ad altri OSA ( applicabile solo per l’Home food). – Elenco dei clienti (nome e ragione sociale della ditta, indirizzo, numero di telefono, sede legale, stabilimento del cliente) ( applicabile solo per l’Home food). – Tipologia, lotto di appartenenza ed eventualmente quantitativo di prodotto fornito.

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Origine e provenienza dell’alimento: i chiarimenti della Commissione

Origine e provenienza dell’alimento sono i concetti sui quali è recentemente intervenuta la “Comunicazione della Commissione sull’applicazione delle disposizioni dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 31.1.2020.

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Infatti, l’articolo menzionato nel definire l’origine e la provenienza dell’alimento, stabilisce che quando il paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario occorre indicare anche il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario o almeno indicarlo come diverso da quello dell’alimento. Già il regolamento di esecuzione (UE) 2018/775 del 28 maggio 2018 aveva chiarito e armonizzato le modalità di indicazione dell’origine degli ingredienti primari sull’etichettatura.

Con la comunicazione in commento, però, la Commissione ha inteso fornire agli operatori del settore alimentare e alle autorità nazionali ulteriori orientamenti sull’applicazione delle disposizioni concernenti l’etichettatura di origine.

In che modo dovrebbe essere identificato l’ingrediente primario?

Leggi anche “Etichetta dei vini: cosa deve indicare”

In prima istanza vale la pena precisare che per individuare l’ingrediente primario si utilizzano due criteri:

  1. un criterio quantitativo, in base al quale l’ingrediente rappresenta più del 50 % dell’alimento,
  2. e b) un criterio qualitativo, secondo il quale l’ingrediente è associato abitualmente dai consumatori alla denominazione dell’alimento.

Peraltro, l’OSA nel fornire al consumatore informazioni riguardo all’ingrediente primario deve:

  • tener conto della composizione quantitativa dell’alimento, considerando la natura, le caratteristiche, la presentazione complessiva dell’etichetta, la percezione e le aspettative dei consumatori riguardo alle informazioni fornite sull’alimento in questione.
  • valutare se l’indicazione o l’assenza dell’indicazione dell’origine di un determinato ingrediente possa

Origine e provenienza dell’alimento contenente più ingredienti primari

Un alimento, come noto, può contenere più alimenti primari. A stabilirlo è l’articolo 2, paragrafo 2, lettera q), del regolamento (UE) 1169/2011, il quale stabilisce che per «ingrediente primario» si intende un ingrediente o più ingredienti. Ne deriva, dunque, che nel caso in cui l’alimento contenga più ingredienti primari occorrerà indicare il paese d’origine o il luogo di provenienza di tutti questi ingredienti primari.

Leggi anche: Brexit: le conseguenze nel commercio degli alimenti

Ogni alimento deve contenere un ingrediente primario?

La Commissione ha risposto negativamente a questa domanda. In base della definizione di cui all’articolo 2, paragrafo 2,lettera q), del regolamento, infatti, non vi è ingrediente primario qualora:

  • nessuno degli ingredienti presenti sia contenuto in una quantità superiore al 50 % dell’alimento,
  • nessuno dei suoi ingredienti sia associato abitualmente alla denominazione di tale alimento dal consumatore e
  • nella maggior parte dei casi in cui non venga richiesta un’indicazione quantitativa.

Origine e provenienza dell’alimento avente un unico ingrediente?

La norma in commento trova applicazione anche ai prodotti a base di un unico ingrediente nel caso in cui:

  • l’ultima trasformazione sostanziale del prodotto sia avvenuta in un luogo diverso da quello di origine della materia prima;
  • l’ingrediente provenga da luoghi diversi.
"sentenza
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Marchi e denominazioni protette

Quella tra i marchi e le denominazioni protette è una questione che ha a lungo impegnato la dottrina. Oggetto di contesa è la validità del marchio registrato in buona fede precedentemente alla creazione di una nuova denominazione protetta.

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Marchi e denominazioni protette: la decisione della Corte di Cassazione

Sul punto è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza 23/10/2019, n.27194. Secondo la Suprema Corte:

Leggi anche:  Pubblicità ingannevole: il caso “Patasnella”

la differenza di funzioni sussistente tra marchi e indicazioni geografiche o denominazioni di origine protetta non esclude, alla stregua della normativa e della giurisprudenza Europea, l’interesse comune, rappresentato dall’uso del nome geografico nell’ambito delle produzioni agricole e alimentari, quale vantaggio competitivo che l’indicazione dell’origine è in grado di garantire al prodotto, per cui il titolare di un marchio registrato in buona fede in epoca precedente la denominazione di origine protetta ben può proseguire, nonostante la successiva registrazione di detta denominazione protetta, l’uso del marchio, ai sensi dell’art. 14, comma 2, del Regolamento n. 510 del 2006, laddove non ricorrano ragioni di nullità o decadenza del marchio stesso”.

Il caso “Altopiano di Asiago”

Leggi anche: cosa significa prodotto biologico

Nel caso di specie, “pur evocando la dicitura “Altopiano di Asiago” la denominazione di origine protetta ‘Asiago’, della quale recepisce l’unico elemento che la compone, l’utilizzo del marchio registrato in epoca precedente alla suddetta denominazione, recante la medesima indicazione di provenienza geografica, deve ritenersi, pertanto, consentito, in forza della previsione di cui all’art. 14 del Regolamento n. 510 del 2006 che tiene conto del preuso, qualora, considerata la natura stessa del marchio, il riferimento esclusivo alla reale provenienza geografica del prodotto e la mancanza di imitazioni, anche mediante contraffazione o camuffamento, di un termine adoperato nella D.O.P., il giudice di merito accerti che tale marchio sia stato, altresì, registrato in buona fede; in tale valutazione il giudice di merito dovrà, altresì, tenere conto del fatto che l’indicazione della zona di produzione dell’alimento immesso sul mercato è consentita, ed in alcuni casi perfino imposta, al produttore garantito dalla preventiva registrazione del marchio, ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. a) e art. 3, comma 1, n. 8 della Direttiva 2000/13/CE.

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Balsamico? Sì per aceto di Modena, no per i condimenti da supermercato

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“Balsamico” è un termine ormai inflazionato nei nostri supermercati. E’, infatti, possibile ritrovarlo sia sul rinomato aceto modenese che su altri prodotti da supermercato come, ad esempio, la “glassa”. Ebbene, la Corte di Appello di Bologna si è pronunciata sulla questione sancendo la tutela del termine ‘balsamico’ contro le evocazioni.

Le evocazioni

Le norme europee proteggono le indicazioni geografiche (Geographical Indications, GIs) tramite un divieto di imitazione e usurpazione. Come noto, infatti, i marchi D.O.P. e I.G.P. conferiscono ai relativi prodotti una particolare tutela avverso qualsiasi usurpazione, imitazione o evocazione, anche se l’origine vera del prodotto è indicata o se la denominazione protetta è una traduzione o è accompagnata da espressioni quali «genere», «tipo», «metodo», «alla maniera», «imitazione» o simili.

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Aceto Balsamico, i procedimenti

A seguito di procedimenti amministrativi gestiti dall’Ispettorato controllo qualità e repressione delle frodi (Icqrf) e conclusi con l’emissione di “provvedimenti inibitori e sanzionatori nei confronti delle aziende coinvolte”, infatti, prima il Tribunale e, dopo, la Corte di Appello di Bologna hanno confermato che l’uso del termine “balsamico” per condimenti alimentari, costituisce evocazione della denominazione tutelata.

L’importanza della decisione

L’importanza della decisione, dunque, va evidenziata soprattutto alla luce dell’elevato numero di cause pendenti sul medesimo tema sia nei Tribunali italiani che presso la Corte di Giustizia UE che nei prossimi mesi deciderà sul tema. Ad aprile 2018, infatti, la causa che ha visto il coinvolgimento del Consorzio di Tutela e della società tedesca Balema è giunta all’ultimo grado di giudizio in Germania dopo la sentenza di primo grado del tribunale di Mannheim e il giudizio della corte d’Appello di Karlsruhe. La Suprema Corte Federale tedesca, dopo aver accolto il ricorso del Consorzio, ha rinviato la procedura alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per un parere pregiudiziale.

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Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti? Non è reato

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La commercializzazione di prodotti biologici scaduti merita particolare attenzione. Si tratta, infatti, di stabilire se il solo superamento della data di scadenza sia sufficiente a determinare la non salubrità del prodotto.B

Commercializzazione dei prodotti biologici scaduti – la fattispecie

Nel concreto, dunque, il Tribunale di Bari, con con sentenza del 6 luglio 2017, aveva dichiarato la penale responsabilità di R.L.A.M. in ordine al reato di cui alla L. 30 aprile 1962, n. 283, art. 5, comma 1, lett. b), per aver posto in vendita, oltre la data di scadenza, quattro confezioni di latte in cattivo stato conservazione.

Le norme

L’articolo 5 della norma menzionata stabilisce il divieto di vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo, sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione.

Nel dettaglio, il cattivo stato di conservazione riguarda quelle situazioni in cui le sostanze stesse, pur potendo essere ancora perfettamente genuine e sane, si presentano mal conservate, e cioè preparate o confezionate o messe in vendita senza l’osservanza di quelle prescrizioni – di leggi, di regolamenti, di atti amministrativi generali – che sono dettate a garanzia della loro buona conservazione sotto il profilo igienico-sanitario e che mirano a prevenire i pericoli della loro precoce degradazione o contaminazione o alterazione.

La decisione sui prodotti biologici scaduti

La Corte di Cassazione ha, quindi, evidenziato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale la commercializzazione di prodotti alimentari confezionati, per i quali sia prescritta l’indicazione “da consumarsi preferibilmente entro il…”, o quella “da consumarsi entro il…”, non integra, ove la data sia superata, alcuna ipotesi di reato, ma solo l’illecito amministrativo di cui al D.Lgs. n. 109 del 1992, art. 10, comma 7, e art. 18. Per poter, infatti, ritenere la condotta integrante la fattispecie delittuosa menzionata è necessario che sia accertato in concreto lo stato di cattiva conservazione delle sostanze alimentari.

Leggi anche: Alimenti biologici extra-UE

Ora, nel caso di specie, le analisi di laboratorio non hanno consentito di riscontrare alcuna anomalia circa la qualità del prodotto che, dunque, non può ritenersi in cattivo stato di conservazione con la conseguenza che la condotta configurerà un illecito amministrativo e non un reato.

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Etichetta a semaforo: odi et amo

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L’etichetta a semaforo e i sistemi di etichettatura similari, come quello definito “Nutri Score”, hanno sempre trovato una forte resistenza da parte del nostro Paese.

Cosa significa “etichetta a semaforo”?

Uno dei paesi che ha adottato il sistema in parola è la Gran Bretagna. In tal caso il colore del semaforo riportato in etichetta viene individuato sulla base del contenuto in grassi, grassi saturi, sale e zuccheri per 100 g di prodotto. Ciò comporta che, logicamente, un alimento particolarmente pericoloso per la salute viene indicato con il colore rosso.  Sullo stesso criterio di valutazione si basa il sistema Nutri-Score francese, adottato oltralpe nel 2017 dopo una sperimentazione di alcuni mesi.

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Il sistema in parola è stato largamente criticato

Si badi, infatti, che 100 g di certo non possono essere ritenuti una quantità comunemente consumata di determinati prodotti come, ad esempio, l’olio extravergine di oliva. Peraltro l’etichetta a semaforo prende in considerazione solo grassi, grassi saturi, sale e zuccheri, senza, invece, valutare la presenza di proteine, carboidrati totali, fibre.

L’altra faccia della medaglia, però, è quella di una comunicazione più chiara ai consumatori.

Non può, infatti, negarsi che alcuni prodotti tipici del nostro Paese, dal punto di vista nutrizionale, non siano propriamente salutari e vadano consumati con moderazione. Di tanto parrebbe opportuno informare adeguatamente il consumatore, magari con un sistema chiaro anche a primo impatto.

La discussione sull’etichetta a semaforo presso il Comitato sulle etichette alimentari del Codex

Si è discusso di etichetta a semaforo anche presso il competente comitato del Codex Alimentarius. In particolare, al centro del dibattito c’è stata la valutazione del dossier “Principi guida e manuale quadro per l’etichettatura fronte-pacco per la promozione di diete sane” dell’Organizzazione mondiale della sanità.

La posizione del nostro Paese sulla questione è stata molto chiara e si è basata, dal punto di vista strategico, sull’assenza di supporto scientifico all’utilità dell’etichetta a semaforo e, di conseguenza, sull’ingiustificato pregiudizio che deriverebbe ad alcuni prodotti italiani.

La posizione italiana è stata aspramente criticata anche da alcuni ricercatori che, in un articolo, hanno evidenziato sia l’esistenza di una significativa mole di dati scientifici alla base dei profili nutrizionali elaborati che la necessità di ridefinire il concetto di qualità non come qualità degli ingredienti o tradizione produttiva ma come qualità prettamente nutrizionali.

I negoziati e la decisione

Dopo due giorni di intensi negoziati la linea italiana ha avuto la meglio e il documento non è passato. Decisivo è stato l’appoggio degli USA, concordi nel ritenere assenti le solide basi scientifiche dell’etichetta a semaforo.

Hai curiosità su questo tema? Chiedi pure!

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Lattosio: norme per l’etichettatura

Tra le diciture comunemente definite come “free from” assume particolare rilievo quella relativa al lattosio.

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Cosa sono le Free From?

Si tratta di indicazioni volontarie che, in linea generale, non vengono specificamente definite e disciplinate dal legislatore, se non per quanto concerne i criteri di lealtà e trasparenza dell’informazione.

Alimenti senza lattosio

Per quanto concerne, nello specifico, gli alimenti senza lattosio, vale la pena evidenziare che, fatta eccezione per gli alimenti per lattanti (per i quali la Direttiva 2006/141/CE autorizza la dichiarazione “assenza di lattosio” solo nel caso in cui il prodotto contenga lattosio per quantità non superiori ai 10 mg/100 kcal), non viene fornita una precisa indicazione normativa dei livelli da tenere in considerazione nel riportare l’informazione in etichetta.

Leggi anche: Quando è possibile indicare “gluten-free” in etichetta?

Sul punto, basti osservare che il Regolamento (UE) nº 609/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo agli alimenti destinati ai lattanti e ai bambini, agli alimenti per fini medici speciali e sostituti dell’intera razione alimentare per il controllo del peso, specifica, al considerando 42, che “le norme in materia di etichettatura e di composizione che indicano l’assenza o la presenza ridotta di lattosio nei prodotti alimentari non sono attualmente armonizzate a livello di Unione. Tali indicazioni sono tuttavia importanti per le persone intolleranti al lattosio”.

L’EFSA

Immagine raffigurante un bicchiere di latte - lattosio

Una motivazione circa tale vuoto normativo è rinvenibile nel contenuto del parere scientifico dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare del 10 settembre 2010 sulle soglie relative al lattosio nell’intolleranza al lattosio e nella galattosemia”.

Gli esperti dell’EFSA, in tale contesto, hanno premesso che la maggioranza dei soggetti a cui è stata diagnosticata un’intolleranza al lattosio digeriscono fino a 12 g di lattosio in una singola dose senza manifestare alcun sintomo o, comunque, manifestando sintomi ridotti. Coloro che hanno una difficoltà di digestione del lattosio possono tollerarne da 20 a 24 g se tale quantità è distribuita tra i pasti e nell’arco della giornata.

L’Autorità ha altresì riportato una generale scarsità di soggetti intolleranti al lattosio tra i bambini e giovani adulti di origine nord europea.

Stante tale estrema eterogeneità delle caratteristiche dell’intolleranza al lattosio, l’EFSA ha concluso ponendo in evidenza l’impossibilità di stabilire una soglia univocamente e generalmente tollerabile di lattosio.

Leggi anche:  Pubblicità ingannevole: il caso “Patasnella”

L’intervento del Ministero della Salute nel 2015

Nel 2015, inoltre, Il Ministero della Salute ha chiarito, con apposite circolari, le condizioni per l’utilizzo in etichetta delle diciture “senza lattosio” e “a ridotto contenuto di lattosio” relative a “latti e prodotti lattiero-caseari”. Alla luce di tali indicazioni, l’indicazione “senza lattosio” può essere riportata in etichetta per latti e prodotti lattiero-caseari con un residuo di lattosio inferiore a 0,1 g per 100 g o ml.

L’intervento del Ministero della Salute nel 2015

Alla circolare ministeriale menzionata si deve aggiungere una ulteriore precisazione del Ministero della Salute giunta nel 2016 .

Leggi anche “Prosecco, panettone e pandoro: come riconoscere quelli italiani”

Partendo, infatti, dal presupposto che la lunga stagionatura dei formaggi sia idonea a ridurre il tenore di lattosio ivi presente, il Ministero ha chiarito che:

Nei prodotti lattiero-caseari in cui l’usuale processo di produzione porta all’eliminazione o alla riduzione del contenuto di lattosio possono essere riportate in etichetta le seguenti indicazioni (alle stesse condizioni definite per i prodotti delattosati):

1.         “naturalmente privo di lattosio”(o espressione equivalente) quando il tenore residuo di Lattosio, da riportare in etichetta, è inferiore a 0,1 g/100 g;

2.         “naturalmente a ridotto contenuto di lattosio (o espressione equivalente) quando il tenore residuo di lattosio, da riportare in etichetta, é “inferiore a 0,5 g/100/g”.

Per entrambe le categorie di prodotti va riportato in etichetta:

–           che l’assenza di lattosio o la sua ridotta presenza sono una conseguenza “naturale” del tipico processo di fabbricazione con il quale si ottiene il formaggio in questione;

–           una indicazione del tipo “contiene galattosio“.

Nel solo caso dei prodotti “naturalmente privi di lattosio”, se si ritiene di poter quantificare e garantire una soglia residua massima di galattosio, può essere utilizzata in alternativa alla precedente una dizione del tipo “contiene galattosio in quantità inferiore a …” nell’ottica di fornire informazioni precise anche per un eventuale uso da parte dei galattosemici.

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Etichettatura degli alimenti OGM negli USA

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Negli Stati Uniti si è discusso a lungo ma, alla fine, si è giunti alla soluzione circa l’etichettatura degli alimenti prodotti con ingredienti OGM. Il principale nodo da sciogliere concerneva l’uso della sigla “OGM”. Alla fine si è deciso di non adottarla in quanto ormai percepita negativamente dai consumatori.

A quali prodotti è applicabile l’etichettatura degli alimenti OGM?

Al fine di individuare la corretta etichettatura degli alimenti contenenti OGM, negli Stati Uniti sono stati presi in considerazione solo quei prodotti in cui gli OGM sono rilevabili. Si tratta, secondo Food Navigator USA, di circa il 22% degli alimenti contenenti OGM.

Leggi anche “Prosecco, panettone e pandoro: come riconoscere quelli italiani”

Etichettatura degli alimenti OGM: bioengineered

Il Dipartimento dell’Agricoltura  statunitense, dunque, ha deciso di utilizzare la parola “Bioengineered” accompagnata dal logo in immagine. L’indicazione, infatti, dovrà essere presente in etichetta e accompagnata dall’apposito marchio.

I produttori, in alternativa, avranno facoltà di apporre in etichetta un codice scansionabile accompagnato da un numero di telefono a cui chiedere maggiori informazioni sul prodotto.

Le nuove regole entreranno pienamente in vigore dal 1° gennaio 2022.

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Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131: pane fresco e conservato

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Il decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 ha regolato e disciplinato le attività dei panifici, con particolare attenzione al pane fresco e conservato. Tra gli elementi degni di nota si segnalano il divieto di aggiungere conservanti al pane fresco e il limite di tre giorni al suo ciclo di lavorazione.

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e i panifici

Leggi anche: Quando è possibile indicare “gluten-free” in etichetta?

Il decreto fornisce una definizione di «panificio», «pane fresco» e «pane conservato», disciplinandone denominazioni e diciture.

Con il termine “panificio” << si intende – ai sensi dell’articolo 1 – l’impresa che dispone di impianti di produzione di pane ed eventualmente altri prodotti da forno e assimilati o affini e svolge l’intero ciclo di produzione dalla lavorazione delle materie prime alla cottura finale>>.

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e il pane fresco

Può essere denominato “pane fresco”, ai sensi dell’articolo 2, solo il pane lavorato << secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento o surgelazione, ad eccezione del rallentamento del processo di lievitazione, privo di additivi conservanti e di altri trattamenti aventi effetto conservante>> (articolo 2). A ciò, il decreto ministeriale 1.10.18 n. 131, aggiunge il divieto di far decorrere più di 72 ore dall’avvio della lavorazione alla messa in vendita del pane fresco.

chef che prepara pane: decreto ministeriale 1.10.18 n. 131

Decreto ministeriale 1.10.18 n. 131 e il pane conservato

Leggi anche:  Pubblicità ingannevole: il caso “Patasnella”

Al pane conservato o a durabilità prolungata si applicano gli obblighi relativi alle informazioni da fornire al consumatore già regolare dal Regolamento (UE) n. 1169/2011 e inerenti allo stato fisico del prodotto (es. congelato, decongelato).

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