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Virus e settore agroalimentare: l’approccio di filiera nella gestione del rischio

Il rapporto tra virus e settore agroalimentare e, soprattutto, la reazione di questo al primo farà riflettere a lungo. Adesso, però, occorre parlare di approccio di filiera nella gestione del rischio

All’inizio erano solo gli italiani. Poi quella dei supermercati presi d’assalto è diventata una pratica diffusa in tutto il mondo, a ricordarci che “ogni mondo è paese”. Anche i servizi di consegna a domicilio sono in totale sovraccarico e questo dimostra tutta l’importanza delle filiere agroalimentari. Basti pensare che, stando a quanto riportato da GDO news sulla base di una ricerca Nielsen, la settimana tra lunedì 24 febbraio e domenica 1° marzo, ha visto una notevole crescita delle vendite della Grande Distribuzione Organizzata rispetto alla stessa settimana del 2019: +12,2%. A crescere è anche l’e-commerce che, secondo la stessa ricerca, nella stessa settimana, ha visto un aumento delle vendite del +30% rispetto alla settimana precedente.

Virus e settore agroalimentare: le problematiche

In questo contesto le problematiche legate alla gestione delle filiere non sono state poche. Alcuni di questi sono stati evidenziati dalla fooddrinkeurope, l’associazione di produttori del settore agroalimentare che ha lo scopo di semplificare l’emissione di politiche in grado di agevolare l’incontro tra le esigenze delle aziende e dei consumatori.

In una comunicazione inviata alla Commissione il 23 marzo 2020, infatti, l’associazione ha evidenziato cinque richieste ritenute essenziali.

 

1) supportare la forza lavoro del settore alimentare.

Si chiede, in particolare, di considerare che le filiere agroalimentari, pur poste in una situazione di emergenza, si trovano ad agire con una forza lavoro ridotta, ovviamente, a causa della necessità di restare a casa o di malattia. E’ necessario, in particolare, fornire permessi speciali ai lavoratori del settore, così come per quelli impegnati nel settore medico.

 

2) riconoscere l’intera filiera agroalimentare come attività essenziale

La Commissione il 16 marzo ha inserito la fornitura di cibo tra i servizi essenziali. Tale indicazione, però, è stata accolta dai paesi membri in modo differente, specie se si tiene in considerazione l’elevatissimo numero di aziende coinvolte nella filiera e la loro eterogeneità.

 

3) sbloccare i trasporti

Il terzo problema evidenziato è quello dei trasporti. La filiera agroalimentare, come noto, necessita di un sistema di trasporti immediato ed efficace. Questa crisi ha portato ad un progressivo aumento delle code, definite dalla comunicazione “collo di bottiglia”.

 

4) supportare le aziende in difficoltà

Il 95% delle imprese europee operanti nel settore food and beverage è di media o piccola dimensione. La pandemia sta mettendo a serio rischio l’esistenza delle stesse ed è, quindi, necessaria una collaborazione con gli stati membri al fine di coordinare misure d’emergenza.

 

5) facilitare gli scambi commerciali nel mondo

L’Unione Europea importa ingredienti ed esporta alimenti. Questa crisi ha causato un notevole rallentamento del commercio mondiale, specie verso la Cina e il resto d’Asia. E’, quindi essenziale, comunicare maggiormente con i partner commerciali al fine di garantire il prosieguo degli scambi commerciali.

 

L’approccio di filiera nella gestione del rischio

Ora, tutto quanto appena scritto non può che essere condivisibile. Il rapporto tra virus e settore agroalimentare, però, sta evidenziando la fortissima necessità di un totale cambiamento di paradigma nelle filiere agroalimentari.

In un momento come questo tutto cambia: le priorità, i costi, le scelte del consumatore.

Le filiere stanno, fortunatamente, rispondendo con enorme sforzo alle necessità che questa situazione impone e ai cambiamenti che ne derivano ma lo stanno facendo in una modalità “emergenziale”, patologica e, quindi, solo parziale. Ed è qui il problema.

Questo momento storico sta dimostrando, in moltissimi casi, l’assenza di un piano di emergenza, di una modalità di gestione del rischio ben definita che, si badi, non può prescindere da una gestione strategica dell’intera filiera di produzione e commercializzazione. Occorre, infatti, avere assoluta certezza della continuità, ad esempio, di approvvigionamento delle materie prime, dei costi delle medesime, delle modalità di traporto e dei tempi di commercializzazione. E questo vale sia per garantire la continuità dei rifornimenti ma anche – e soprattutto – per garantire che tutte le imprese poste sulla filiera possano sopravvivere ad una crisi simile. Senza gestione integrata della filiera agroalimentare non può esservi un piano di crisi.

Abbiamo affrontato il tema anche nell’ebook “riqualificare le filiere agroalimentari“.

Anche le istanze politiche, come quella sopra riportata, valgono a ben poco se poi non trovano, a monte, una filiera solida e in grado di ben integrare il piano di crisi.

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Etichettatura degli alimenti – parte 2

L’etichettatura degli alimenti trova le sue definizioni nel regolamento 1169/2011, di cui si è parlato nel precedente articolo.

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leggi il primo articolo sull’etichettatura degli alimenti

Come detto, infatti, il Regolamento 1169/2011 definisce l’etichettatura come:

qualunque menzione, indicazione, marchio di fabbrica o commerciale, immagine o simbolo che si riferisce a un alimento e che figura su qualunque imballaggio, documento, avviso, etichetta, nastro o fascetta che accompagna o si riferisce a tale alimento.

Il cambiamento del ruolo del consumatore

Leggi anche: Quando è possibile indicare “gluten-free” in etichetta?

Dalla lettura della definizione è possibile porre in evidenza il cambiamento del ruolo attribuito al consumatore. Il legislatore europeo, infatti, agisce nel 2011 con la consapevolezza che il consumatore è cambiato: è più attento al rapporto tra alimentazione e salute ed effettua scelte di dieta individuali e attente a questi elementi.

A cambiare, inoltre, è anche lo strumento adottato dal legislatore europeo: il Regolamento e non più la Direttiva. Ciò evidenzia l’intenzione di adottare misure maggiormente efficaci e immediatamente applicabili e che, quindi, chiudono, quasi definitivamente, la partita sulla armonizzazione delle norme in materia.

La struttura del regolamento – etichettatura degli alimenti

Quanto appena detto trova conferma anche nella struttura del Regolamento: questo è più complesso e approfondito, con una struttura e un lessico più specifici e tecnici. Giova, inoltre, evidenziare che il Regolamento in commento è una norma di carattere orizzontale da cui derivano altre norme aventi carattere verticale, come, ad esempio, la Direttiva sugli integratori alimentari o i regolamenti sulle indicazioni geografiche, argomenti di cui si dirà nel prosieguo.

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Il campo di applicazione del Regolamento 1169/2011 sull’etichettatura degli alimenti, peraltro, è più esteso rispetto a quello della Direttiva 2000/13/CE. È, infatti, utile ricordare che se questa aveva ad oggetto l’etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari, il Regolamento disciplina questi settori e, più in generale, regola le informazioni sugli alimenti. Tali informazioni vengono definite dall’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), come le informazioni concernenti un alimento e messe a disposizione del consumatore finale mediante un’etichetta, altri materiali di accompagnamento o qualunque altro mezzo, compresi gli strumenti della tecnologia moderna o la comunicazione verbale. Tra queste rientrano, dunque, anche gli e-commerce, di cui si dirà a breve.

Pratiche leali di informazione

L’articolo 7 impone pratiche leali di informazione sugli alimenti. In particolare, queste non devono indurre in errore il consumatore:

a) quanto alle caratteristiche del prodotto alimentare con specifico riferimento alla natura, all’identità, alle proprietà, alla composizione, alla quantità, alla durata di conservazione, al paese d’origine o al luogo di provenienza, al metodo di fabbricazione o di produzione;

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b) attribuendo al prodotto alimentare effetti o proprietà che non possiede;
c) suggerendo che l’alimento possiede caratteristiche peculiari, quando tutti gli alimenti analoghi possiedono le stesse caratteristiche (indicando, in particolare, in modo esplicito la presenza o l’assenza di determinati ingredienti e/o sostanze nutritive);
d) suggerendo, tramite l’aspetto, la descrizione o le illustrazioni, la presenza di un determinato alimento o di un ingrediente, mentre, concretamente, un componente naturalmente presente o un ingrediente normalmente utilizzato in tale alimento è stato sostituito con un diverso componente o un diverso ingrediente.

Le informazioni fornite al consumatore, inoltre, devono essere precise, chiare e facilmente comprensibili.

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Etichettatura degli alimenti – parte 1

Le norme sull’etichettatura degli alimenti sono, senza dubbio, al centro della disciplina relativa alla commercializzazione dei prodotti alimentari. Mi piace definire la materia relativa all’etichettatura dei prodotti alimentari come la linea di confine tra gli interessi dell’imprenditore e quelli del consumatore.

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La funzione dell’etichettatura degli alimenti

L’etichetta ha una duplice funzione, utile sia al consumatore che all’impresa alimentare. Per il primo, infatti, essa è strumento tramite il quale ricevere informazioni e regolare l’acquisto sulla base delle proprie esigenze. Per il secondo, invece, rappresenta un utile mezzo di comunicazione, che consente di porre in evidenza la qualità e le caratteristiche dell’alimento commercializzato.

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Le norme che regolano la materia

Inizialmente la materia è stata regolata dalla Legge 30 aprile 1962, n. 283 (Modifica degli articoli 242, 243, 247, 250 e 262 del testo unico delle leggi sanitarie, approvato con regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265: Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande). Procedendo in ordine cronologico, il primo intervento normativo europeo di interesse può essere individuato nella Direttiva 79/112/CEE del Consiglio, del 18 dicembre 1978, relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati Membri concernenti l’etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari destinati al consumatore finale, nonché la relativa pubblicità, in vigore fino al 25/05/2000 e recepita nel nostro Paese con il D.lgs. 27 gennaio 1992 n. 109, intitolato Attuazione delle direttive (CEE) n. 395/89 e (CEE) n. 396/89, concernenti l’etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari.

Etichettatura degli alimenti: il Regolamento 1169/2011

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Le norme menzionate, tuttavia, sono state abrogate in favore del Regolamento 1169/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, che modifica i regolamenti (CE) n. 1924/2006 e (CE) n. 1925/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio e abroga la Direttiva 87/250/CEE della Commissione, la Direttiva 90/496/CEE del Consiglio, la Direttiva 1999/10/CE della Commissione, la Direttiva 2000/13/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, le direttive 2002/67/CE e 2008/5/CE della Commissione e il Regolamento (CE) n. 608/2004 della Commissione Testo rilevante ai fini del SEE.

In linea generale, il Regolamento 1169/2011 è così suddiviso: oggetto e ambito di applicazione (articolo 1), definizioni (articolo 2), principi (artt. 3-5), requisiti generali relativi all’informazione sugli alimenti (artt. 6-8) obbligatorie (artt. 9-35) e volontarie (artt. 36-37), disposizioni nazionali (artt. 38-45) e disposizioni di attuazione, modificative e finali (artt. 46-55).

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Etichettatura degli alimenti: la definizione

Il Regolamento 1169/2011 definisce l’etichettatura come:

qualunque menzione, indicazione, marchio di fabbrica o commerciale, immagine o simbolo che si riferisce a un alimento e che figura su qualunque imballaggio, documento, avviso, etichetta, nastro o fascetta che accompagna o si riferisce a tale alimento.

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La correlazione tra turismo e export agroalimentare

La correlazione tra turismo e export agroalimentare c’è. A rilevarlo – o, meglio, a ribadirlo – è uno studio eseguito dalla Camera di Commercio di Verona.

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Lo studio sulla correlazione tra turismo e export agroalimentare

Lo studio ha constatato come il turista straniero, una volta tornato nella sua terra, cerchi e acquisti i prodotti che ha potuto degustare durante il periodo di vacanza.

Leggi anche “Enoturismo: ecco le norme”

Nel confrontare le graduatorie di incoming turistico e di export, la Camera di Commercio di Verone ha riscontrato importanti parallelismi. Basti pensare alla Germania (al primo posto in entrambi i ranking), al Regno Unito (3° nella graduatoria del mercato turistico, 2° in quella delle esportazioni), all’Austria (rispettivamente 4° e 5°) e alla Svizzera (6° in entrambe le classifiche).

L’Italia può vivere di solo turismo?

Si tratta di una notizia di non poco conto. Spesso sentiamo dire che “l’Italia potrebbe vivere di solo turismo”. Non è vero. Ciò che bisogna evidenziare, però, è che il turismo può fungere da volano anche per altri settori strategici per la nostra economia.

E’ fondamentale, a questo scopo, riuscire ad integrare le due filiere tramite una precisa strategia aggregativa non invasiva dell’autonomia delle imprese ma idonea sia a garantire la qualità dei servizi turistici e del prodotto agroalimentare che a comunicare la stessa. Con un focus sulla sostenibilità ambientale, tema sempre più importante, anche nelle menti e nelle esigenze dei turisti.

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Fonti del diritto agro-alimentare: il trattato di Marrakech

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Le fonti del diritto agro-alimentare sono differenti e regolano il settore sia nell’ambito dell’ordinamento interno che in quello europeo e internazionale.

Ebbene, sotto quest’ultimo profilo, di particolare rilievo è il Trattato di Marrakech con il quale è stata istituita l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC o WTO – World Trade Organization).

Il Trattato di Marrakech a conclusione dell’Uruguay Round

Il Trattato menzionato giunge a conclusione dell’Uruguay Round, ottavo ciclo di negoziazioni commerciali relativi al GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) conclusosi proprio con la creazione dell’OMC. L’organizzazione mondiale del commercio così creata oltre a prendere il posto del GATT come forum negoziale, ha quindi esteso la sua applicazione a settori ulteriori.

Dunque, il dato rilevante, per quanto qui interessa, è che tra i nuovi settori rientranti nell’ambito di applicazione dell’OMC figura proprio il settore agricolo.

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Fonti del diritto agroalimentare: gli accordi nel Trattato di Marrakech

Oltre all’atto con cui viene istituita l’OMC, però, il Trattato di Marrakech merita di essere più approfonditamente analizzato, giacché comprende una serie ulteriore di accordi internazionali. La peculiarità di tali accordi, infatti, va ricercata nel carattere verticale degli stessi. Viene, in sostanza, regolamentato il commercio internazionale mediante l’emanazione di regole condivise.

Tra queste è opportuno individuare quelle che assumono maggior rilievo nel settore alimentare. Nel dettaglio, queste sono:

–              l’Accordo sull’agricoltura;

–              l’Accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie (SPS)

–              l’Accordo sugli ostacoli tecnici agli scambi (TBT).

Accordo sull’agricoltura – fonti del diritto agroalimentare

La rilevanza del primo degli accordi menzionati, l’Accordo sull’agricoltura, non va ricercata nella istituzione di misure sanitarie o comunque legate alla qualità del prodotto alimentare, ma è puramente commerciale.

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L’accordo in commento, infatti, nel regolare gli scambi commerciali internazionali ha fortemente condizionato l’economia del settore alimentare andando ad incidere sui flussi commerciali delle materie prime agricole.

Nello specifico, tra le finalità perseguite dall’accordo in commento figura l’intenzione di migliorare l’accesso ai mercati tramite l’imposizione di:

–              una progressiva riduzione delle misure di protezionismo e, quindi, anche dei dazi doganali;

–              l’aumento delle possibilità di accesso al mercato delle aziende del settore;

–              la riduzione progressiva delle misure di sostegno interno;

–              la riduzione alle sovvenzioni alle esportazioni.

L’accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie (SPS)

Contenuto differente e maggior rilevanza, nell’ambito del Trattato di Marrakech, ha l’Accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie (Sanitary and Phytosanitary Agreement), meglio noto con l’acronimo SPS.

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L’importanza sul piano delle relazioni commerciali internazionali assunta dall’accordo in commento si giustifica sulla base dei suoi particolari contenuti. Si indicano, infatti, le regole poste alla base dell’emanazione di standard e Regolamenti in materia di sicurezza alimentare, sanità animale e protezione delle piante nel commercio internazionale da parte dei Paesi membri del WTO.

L’Accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie nasce dalla necessità, che ha trovato la condivisione di tutti gli Stati membri, di promuovere l’applicazione di misure volte all’armonizzazione delle norme interne inerenti agli aspetti sanitari e fitosanitari per le quali ci si è avvalsi dell’utilizzo di norme, Direttive e raccomandazioni.

L’allegato A

L’allegato A dell’SPS fornisce la definizione di “misura sanitaria” comprendendovi ogni misura applicata al fine di:

(a) proteggere nell’ambito territoriale del membro la vita o la salute degli animali o dei vegetali dai rischi derivanti dal contatto, dall’insediamento o dalla diffusione di parassiti, malattie, organismi portatori di malattia o agenti patogeni;

(b) proteggere nell’ambito territoriale del membro la vita o la salute dell’uomo o degli animali dai rischi derivanti da additivi, contaminanti, tossine o agenti patogeni presenti negli alimenti, nelle bevande o nei mangimi;

(c) proteggere nell’ambito territoriale del membro la vita o la salute dell’uomo dai rischi derivanti da malattie portate dagli animali, dai vegetali o da loro prodotti, oppure dal contatto, dall’insediamento o dalla diffusione di parassiti; o

(d) impedire o limitare nell’ambito territoriale del membro altri danni arrecati dal contatto, dall’insediamento o dalla diffusione di parassiti.

Il medesimo allegato specifica ulteriormente che:

Le misure sanitarie o fitosanitarie comprendono tutte le leggi, i decreti, i Regolamenti, gli obblighi e le procedure pertinenti, ivi compresi, tra l’altro, criteri in materia di prodotti finiti, processi e metodi di produzione, procedure di prova, ispezione, certificazione e autorizzazione, quarantena e obblighi pertinenti associati al trasporto degli animali o dei vegetali, o ai materiali necessari per la loro sopravvivenza durante il trasporto, disposizioni relative ai pertinenti metodi statistici, sistemi di campionamento e metodi di valutazione dei rischi, nonché requisiti in materia di imballaggio ed etichettatura direttamente connessi alla sicurezza alimentare.

L’accordo lascia a ciascun membro la libertà di adottare misure ritenute necessarie, purché basate su criteri scientifici e non costituenti una discriminazione arbitraria o ingiustificata o una restrizione dissimulata del commercio internazionale. Ciò significa che la misura adottata dagli stati membri:

–              deve essere basata su criteri scientifici,

–              può essere mantenuta in vigore solo se anche la sua efficacia è scientificamente provata,

–              non deve essere discriminatoria.

L’accordo sugli ostacoli tecnici agli scambi (TBT)

Terza ed ultima fonte internazionale da analizzare, rilevante nel settore alimentare, è l’Accordo sugli ostacoli tecnici agli scambi, meglio noto con l’acronimo TBT.

L’accordo in commento, rientrante, come gli altri menzionati, nel Trattato di Marrakech, riguarda le regole tecniche emanate dai Paesi membri e il potenziale ostacolo al commercio che queste possono costituire.

Il TBT, infatti, ha l’obiettivo di impedire che il ricorso a prescrizioni tecniche da parte degli Stati membri sia meramente strumentale. Tale intento si realizza, nel contenuto dell’accordo, tentando di armonizzazione le regole tecniche tramite un processo di progressiva uniformazione degli standard. Tanto si deduce dalla lettura dell’articolo 2 paragrafo 2, che prevede il dovere per i membri di non elaborare, adottare o applicare Regolamenti che possano creare o da cui comunque potrebbe conseguire l’effetto di ostacolare indebitamente il commercio internazionale.

L’articolo 2 paragrafo 1 dell’accordo, inoltre, vieta agli Stati membri di imporre ai prodotti esteri trattamenti peggiori di quelli previsti per i prodotti interni come, ad esempio, prescrizioni più onerose o requisiti maggiormente restrittivi. Il medesimo articolo ripropone, inoltre, il principio di non discriminazione, già contenuto nel GATT, ai sensi del quale viene vietata l’applicazione di trattamenti differenti per prodotti provenienti da diversi Stati membri.

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L’accordo, in sostanza, mira ad abbattere anche l’ultimo ostacolo che potrebbe rappresentarsi dinanzi all’imprenditore intenzionato a commercializzare i propri prodotti in un Paese differente dal proprio.

Infatti, le norme tecniche nel disciplinare elementi di dettaglio ma di assoluta rilevanza nell’ambito della produzione e della commercializzazione dei prodotti alimentari, ben potrebbero, nel caso in cui le norme dello stato di commercializzazione divergano da quelle dello stato di produzione, rappresentare una insormontabile limitazione alla commercializzazione dei prodotti alimentari. Inoltre, di identico tenore sarebbero tutte le misure volte all’imposizione di maggiori oneri gravanti su chi intende importare le proprie merci in un Paese membro differente da quello di produzione. Si giustifica così, quindi, la rilevanza del TBT.

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Pratiche commerciali sleali: la direttiva

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Le pratiche commerciali sleali costituiscono, ad oggi, uno dei problemi percepiti con maggiore preoccupazione dagli attori della filiera agroalimentare.

Cosa cono le pratiche commerciali sleali

Si tratta, in sostanza, pratiche interaziendali che si discostano dalla buona condotta commerciale, sono in contrasto con i principi di buona fede e correttezza e sono solitamente imposte unilateralmente dal partner commerciale più forte. Tale situazione genera differenze che vengono poi scaricate sull’anello più debole della filiera, solitamente i produttori agricoli. Secondo la Commissione europea, infatti, le aziende del settore agricolo e della trasformazione alimentare perdono annualmente tra 2,5 e 8 miliardi di euro a causa delle PCS.

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La norma in vigore

La norma sinora in vigore aveva un campo di applicazione limitato alle pratiche commerciali sleali realizzate nei confronti dei consumatori e non anche quelle relative agli operatori stessi della filiera.

La nuova direttiva sulle pratiche commerciali sleali

La tutela di tali soggetti è, invece, prevista dalla direttiva UE sulle pratiche sleali (COM (2018) 173), approvata dal PE, con 589 voti favorevoli, 72 contrari e 9 astensioni.

La disposizione appena menzionata, che estende il proprio campo di applicazione sia ai prodotti agricoli che ai servizi accessori, evidenzia che “nella filiera agricola e alimentare sono comuni squilibri considerevoli nel potere contrattuale tra fornitori ed acquirenti di prodotti agricoli e alimentari“.

Lo scopo della direttiva

Lo scopo della direttiva è quello di porre un rimedio ai casi in cui la filiera agroalimentare mostra maggiori debolezze proteggendo gli agricoltori. Le pratiche commerciali sleali contemplate dalla disposizione in commento sono:

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  1. i ritardi nei pagamenti per i prodotti deperibili (oltre i 30 giorni) e non deperibili (oltre i 60 giorni);
  2. le modifiche unilaterali e retroattive dei contratti di fornitura;
  3. la cancellazione degli ordini di prodotti deperibili con breve preavviso;
  4. il pagamento per il deterioramento dei prodotti già venduti e consegnati all’acquirente;
  5. l’imposizione di pagamenti per servizi non correlati alla vendita del prodotto;
  6. il rifiuto di concedere un contratto scritto se richiesto dal fornitore;
  7. l’abuso di informazioni confidenziali del fornitore da parte dell’acquirente;
  8. le ritorsioni commerciali o la sola minaccia nel caso in cui il fornitore si avvalga dei diritti garantiti dalla direttiva;
  9. il pagamento da parte del fornitore per la gestione dei reclami dei clienti.

Oltre a quelle sinora menzionate, la direttiva prevede anche che ulteriori pratiche, quali la restituzione da parte dell’acquirente di prodotti alimentari invenduti o l’imposizione di un pagamento per garantire o mantenere un accordo di fornitura relativo a prodotti alimentari, ammesse solo nel caso di sussistenza di un accordo iniziale tra le parti chiaro e non ambiguo.

I soggetti interessati

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La tutela riguarda tutti produttori agricoli di piccole e medie dimensioni (anche in forma aggregata) e altre piccole e medie imprese fornitrici della filiera. In particolare, le nuove norme proteggeranno i fornitori con un fatturato annuo inferiore a 350 milioni di euro. Tali fornitori saranno suddivisi in cinque sottocategorie (con un fatturato inferiore a 2 milioni di euro, 10 milioni di euro, 50 milioni di euro, 150 milioni di euro e 350 milioni di euro), con la protezione più ampia per i più piccoli.

La direttiva anti-UTPs (‘Unfair Trading Practices’) deve ora essere approvata dal Consiglio prima di poter entrare in vigore.

Data la velocità con cui si muove il mercato, la Commissione è tenuta a valutare, entro quattro 4 anni, l’applicazione della Direttiva e, ove necessario, a proporne una revisione.

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Panettone vegano? Etichetta errata

Troveremo mai nei nostri supermercati un “panettone vegano”?

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Panettone e pandoro sono sempre più presenti sulle nostre tavole e, in alcuni casi, anche oltre il periodo natalizio. Ma questa tendenza si associa al mondo vegan?

Panettone vegano: il D.P.R. 22 luglio 2005

Leggi anche “Prosecco, panettone e pandoro: come riconoscere quelli italiani”

La produzione del panettone trova la sua disciplina nel D.P.R. 22 luglio 2005.

Gli ingredienti che devono essere obbligatoriamente presenti nell’impasto sono:

  • farina di frumento
  • zucchero
  • uova
  • burro
  • uvetta e canditi per almeno il 20%
  • lievito naturale da pasta acida
  • sale.

Possono, invece, essere inseriti facoltativamente:

  • latte e derivati
  • miele
  • malto
  • burro di cacao
  • zuccheri
  • emulsionanti
  • acido ascorbico e sorbato di potassio come conservanti
  • farciture, glasse, coperture, glassature, decorazioni e frutta.

Le deroghe

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Prima di passare al panettone vegano è necessario analizzare due ulteriori casi: quelli di uvetta, canditi e farina di frumento, da un lato, e il caso dei panettoni senza glutine.

Panettone senza glutine

Il Ministero della Salute, con la nota n 29826 del 22 Luglio 2016, ha ammesso l’uso della denominazione “panettone” anche in assenza di farina di frumento. La precisazione prende spunto dall’osservazione per cui gli “alimenti senza glutine specificatamente formulati per celiaci” sono alimenti volti a sostituire il pane, la pasta ed i prodotti della tradizione.

Panettone senza uvetta, canditi e farina di frumento

Come visto, uvetta, canditi e farina di frumento rientrano tra i, due specifiche deroghe ammettono l’uso della denominazione “Panettone” anche in assenza di uvetta e canditi, e di farina di frumento. In deroga a quanto previsto dall’art.1 comma 2, l’impasto base del panettone può essere caratterizzato dall’assenza di uvetta o scorze o canditi o entrambi.

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E il panettone vegano?

Non può esistere un panettone vegano. La dicitura, infatti, non può essere ritenuta conforme alle disposizioni inerenti all’etichettatura dei prodotti alimentari. In assenza, infatti, di specifiche deroghe, la denominazione “panettone” non può essere utilizzato se nell’impasto risultano assenti uova e burro.

Panettone vegano: "dolce di natale vegano" "dolce natale vegano"

L’etichetta corretta del panettone vegano? “Dolce di Natale vegano” o “dolce Natale vegano” o simili, come riportata nell’immagine a sinistra, presente sul sito distribuzionemoderna.info.

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